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RACCONTO (SETTEMBRE 2008)
Sabatino DI FILIPPO (AUTORE)
L’UOMO CHE VIVE DEL RICORDO DI UN SOLO AMORE (TITOLO)
E’ difficile che un uomo , dall’aspetto piacente, dalla sensibilita’ spiccata, dal carattere dolce e interessante, dalla cultura vasta e dall’intelligenza profonda ed analitica, viva tutta un’esistenza nel ricordo di un solo Amore.
Questa è una storia vera che mi ha conquistato per la delicatezza dei contenuti e la bellezza di una esistenza nel ricordoi del protagonista. E mi sono prefisso di renderla, pur nella limitatezza che essa puo’ dare, costretta in un racconto, in modo tale da rendere in parole il mistero e la grandezza di un Amore come quello di questo mio amico.
Anzi mi auguro che piu’ di un lettore ispiri il suo sentimento d’Amore verso una persona alla ricchezza che il protagonista seppe dare a questa sua unica esperienza sentimentale.
I fatti ed i pensieri che cerchero’ di raccontare mi sono stati confidati perche’ l’uomo in questione riscontro’ in me una persona che riuscì ad intuire il motivo di tutto l’andamento, singolare per i giorni nostri, di tutta la sua esistenza.
Racconto di un certo Andrea, di cui è inutile che io riporti il cognome.
Era un ragazzo di ventitre’ anni Andrea, quando incontro’ la giovane donna di cui si invaghi’, che lo segno’ per tutta la sua esistenza e che gli impedi’ di amare qualsiasi altra donna.
Andrea oggi ha 45 anni ed è un uomo apparentemente scanzonato e dal carattere che sembra felice, il quale non lascerebbe trasparire, ad una conoscenza superficiale, tutto cio’ che nasconde gelosamente nel suo io e che rappresenta invece il cuore della sua intera esistenza. E’ ancora un uomo non brutto nel fisico e del tutto sano.
Conobbe Lucia, una ragazza di ventun anni, allora all’eta’ di 23 anni.. Quest’ultima era semplice d’animo ed era l’immagine della serenita’, dell’ingenuita’ e della bonta’. Era anche bella. Un corpo snello, dai lineamenti delicati ed esili; un viso che esprimeva candore, con degli occhi grandi, dalle pupille color marrone chiaro e dai capelli castano chiaro. Una bella ragazza come ce ne sono tante.
Ambedue frequentavano la facolta’ di Psicologia nell’Universita’ della Capitale. S’erano conosciuti proprio durante le lezioni in facolta’.
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L’Amore nacque fra i due in maniera graduale, perche’ abitavano in due zone molto vicine, fra loro, della grande citta’. E quindi, coincidendo per loro gli orari delle lezioni, si trovavano sempre ad incontrarsi in metropolitana allorquando dovevano tornare a casa.
Ambedue le famiglie di provenienza non navigavano nell’oro. Quindi essi erano abituati a godere del poco che la vita gli regalava. Potevano permettersi un cinema ed una pizza al Sabato. Ma la loro vera avventura sboccio’ durante le lunghe passaggiate che facevano durante le Domeniche.
Spesso s’incamminavano sui marciapiedi dei LungoTevere ed avvertivano il mutare lei colori del cielo e degli alberi, del vento, delle abitudini delle persone che incrociavano, con il passare delle stagioni. Andrea ammirava estasiato i capelli mossi di lei sulle spalle, gli sguardi a volte languidi, a volte innocenti, che lei le rivolgeva. Non avevano l’abitudine di tenersi per mano, né di abbracciarsi durante il cammino. Avanzavano sempre l’uno accanto all’altro. Ma era così bello per Andrea vedere l’ondeggiare delle vesti di Lucia, i movimenti che ella faceva quando poggiava i piedi l’uno dopo l’altro nel deambulare, gli scatti improvvisi con cui ella si rivolgeva a lui allorquando le veniva in mente qualcosa da dirgli subito. Si meravigliava felicemente di ogni cosa semplice: i colpi di vento, il profumo intenso dei pollini di Primavera, le piogge improvvise di Settembre e di Ottobre.
Le piaceva ammirare i capelli, appena bagnati, di lei, allorquando all’improvviso la pioggia li sorprendeva mentre parlavano di tante cose, affacciati a vedere le acque del grande fiume vicino all’Isola Tiberina o nei pressi di Castel Sant’Angelo.
Andrea portava sempre con sé la sua macchina fotografica. Allora non esistevano i computer. Bisognava svilupparle su carta le fotografie. Ed Andrea era avido di fissare i vari atteggiamenti del viso di lei, in ogni momento. Aveva le sua stanza tappezzata delle foto di lei, in vari ingrandimenti. Di lei con il cappotto marrone chiaro di cammello; di lei con un pullover azzurro che la nonna le aveva sferruzzato con le sue mani; di lei con le magliette a maniche corte, tutte colorate, che metteva d’Estate. Adorava i suoi sorrisi. Amava rubargli gli sguardi quando ella non lo guardava direttamente. S’ inebriava del suo profumo, quando, seduti sulle panchine, il vento gli portava gli odori di lei. Si entusiasmava nel vederla correre davanti a lui in viali ingialliti dall’Autunno incalzante. Oppure quando sentiva l’odore del suo sudore nella Primavera inoltrata, allorquando si salutavano al mattino e lei aveva fatto una breve corsa per non arrivare in ritardo agli appuntamenti che si davano.
Comiciarono a scambiarsi frasi d’Amore eterno: ogni sera, quando di salutavano, ogni volta che si sedevano l’uno accanto all’altra su di una panchina o in metropolitana o in facolta’. E lui insisteva sempre: ‘Ma sei sicura d’amarmi?’. ‘Certo!’, le rispondeva lei guardandolo negli occhi, sbarazzina o raggiante di gioventu’.
I mesi passavano e pure gli anni. Ne erano passati due da quando si erano conosciuti.
Purtroppo la madre di Andrea si ammalo’ gravemente. E siccome il padre era vicino ai 70 anni, egli dovette fare un po’ la ‘mamma’ della famiglia. Cio’ implico’ che egli dovette fermarsi con gli studi. Perse soltanto un anno e pochi mesi. Ma tale ritardo negli studi fu fatale e determinante per fargli
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perdere di vista i consueti appuntamenti con Lucia. Ella continuo’ regolarmente il suo corso di studi e stava per giungere alla laurea. Andrea invece stava per uscire fuori corso.
Continuarono a vedersi. Ma la discrepanza degli orari ed il cambio di compagni di corso, era come se li allontanasse l’uno dall’altro. Anzi Andrea rincorreva Lucia in ogni modo, non viceversa.
Si vedevano oramai solo il Sabato sera. Neanche la Domenica era piu’ un appuntamento abituale, poiche’ Lucia doveva preparare la tesi e studiava anche la Domenica.
Oramai Andrea aveva anche timore di proporle di vederla piu’ spesso, per paura di non ricevere un diniego.
Una sera Andrea usci’, poco prima che chiudessero i negozi, per comperare degli alimenti e del pane dal droghiere. Ed, in quella occasione intravide Lucia, la quale, si ripete, non abitava lontano da lui, intrattenersi fuori del suo portone con un ragazzo che aveva dei libri sotto il braccio e parlava animatamente con lei. Questi poteva avere, su per giu’ la stessa eta’ di Lucia. Quella sera, per telefono Andrea chiese a Lucia chi fosse quel tipo. Ella le rispose che da un po’ ella studiava con lui per preparare la tesi.
Fu così che l’Amore di Andrea per Lucia rimase da solo. Quello di Lucia per Andrea, qualora vi fosse mai stato veramente, si affievoli’ gradatamente fino a divenire soltanto una cara amicizia, nei confronti della quale pero’ spesso Lucia dava , sempre piu’ spesso, segni di impazienza e di insofferenza.
Allora Andrea usci’ cautamente ed in silenzio, gradatamente dalla vita di Lucia. Non uscirono piu’ insieme al Sabato. Lucia accampava scuse con la sua tesi da finire. Andrea non insisteva; e , quando vide che ella non le telefonava piu’, capi’ che era giunto il momento che egli si doveva fare da parte.
Andrea si laureo’ circa due anni piu’ tardi rispetto al normale, com’era prevedibile. Ma la sua laurea fu di tutto rispetto. Tant’ e’ vero che di lì a circa un anno riusci’ ad ottenere un primo incarico di insegnamento in una scuola di avviamento professionale poco fuori Roma.
Il padre di Andrea morì pochi mesi dopo che egli inizio’ a lavorare.
Andrea, tuttavia, seppe che Lucia si era ammalata, subito dopo aver conseguito la laurea, di una brutta malattia. Alcuni vicini di casa riferirono alla madre di Andrea che si trattava di una malattia del sangue: una leucemia.
Andrea avrebbe voluto andare a far visita a Lucia, ma il fatto che ella non lo chiamava lo fece desistere dal proposito. Seppe, un giorno che ella era stata ricoverata al policlinico universitario. Prese una giornata di licenza dal lavoro e si reco’ nel padiglione di ematologia di quella universita’. Giunse fino a chiedere alla caposala notizie dell’ammalata e questa gli disse che Lucia era degente in quel reparto , ma che non poteva ricevere visite perche’ si trovava in camera sterile, per evitare che potesse contagiarsi in occasione delle visite di parenti ed amici. Allora egli arrivo’ fino al bordo della grande vetrata della camera sterile dove si trovava, insieme ad altre tre donne, a letto, Lucia. Ma non ebbe il coraggio di farsi vedere da lei. Si limito’ a fare capolino e la vide con il volto pallido come un lenzuolo, che volgeva il capo rimirando languidamente fuori dalla finestra che si trovava nella parete opposta al gran finestrone che serviva per far guardare i parenti.
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Fu allora, soltanto allora, che egli si mise a piangere piano. Si sentì venir meno e si sedette su di una panchina in metallo laccato nel corridoio. Poi non ebbe la forza di guardare ancora furtivamente, come aveva fatto prima, attraverso la grande vetrata. Ripresosi se ne ando’.
Tre mesi piu’ tardi seppe della morte di Lucia. Ma non pianse. Guardo’ per intere serate e per intere Domeniche tutte le fotografie di Lucia che ancora egli aveva attaccate alle pareti della sua stanza. Fotografie che sono ancora lì: me le fece ammirare quando mi recai a casa sua qualche anno fa.
Mi disse che s’era informato di quando e dove s’erano svolti i funerali. E vi ando’, sedendosi sull’ultimo scanno della chiesa, senza salutare nessuno ed evitando accuratamente di farsi vedere da chiunque.
Sono passati quindici anni dalla morte di Lucia. Andrea vive ancora con la madre, che ha superato l’età di settant’anni , ma che gode ancora di discreta salute.
Egli continua a vivere da solo ed a guardare tutte le sere e tutte le Domeniche le foto di Lucia attaccate ancora alle pareti della sua stanza.
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RACCONTO
Sabatino DI FILIPPO (AUTORE)
L’UOMO CHE RIUSCI’ A FUGGIRE (TITOLO)
La storia che raccontiamo si svolge degli anni ’60.
Il protagonista è un uomo che allora aveva 48 anni, si chiamava Roberto, faceva il bancario, era sposato con una ‘strega’ di 47 anni ed aveva un solo figlio che da due anni lavorava anch’egli come bancario in provincia di Milano. Roberto viveva in una piccola villetta sulla costa nei pressi di Ancona.
Roberto aveva avuto la disavventura di sposare una donna, il cui nome era Teresa, che faceva l’insegnante di Letteratura Italiana in un Liceo Classico, ma si poteva definire, senza tema di smentita o anche di ogni ragionevole dubbio, una vera e propria ‘strega’. Forse c’era finita a fare la strega, o forse lo era sempre stata in potenza, ma, molto probabilmente,con una grossa fetta di responsabilita’ da parte della madre, la quale era realmente un flagello di Dio. Il padre di lei aveva cercato per tutta la vita evasioni con prostitute e donnacce di ogni estrazione, in ispecie quando si era recato, due volte l’anno, in localita’ termali dalla fama di ‘paradiso’ di mariti maltrattati in cerca di consolazione. Adesso , da vecchio, poteva rimediare soltanto qualche vecchia bagascia che aveva conosciuto, quale donna delle pulizia o svolgente altro lavoro molto umile, allorquando lavorava come ragioniere in uno dei tanti Enti, dominio dei Boiardi di Stato del nostro Paese.
Roberto era stato sempre cio’che si definisce comunemente ‘un signore’. Cioe’ una persona dai modi gentili, dalla pronta disponibilità, specie nei confronti dei piu’ deboli, da un certo sussiego associato ad una certa eleganza nel comportamento. Aveva anche una discreta cultura ed un’ampiezza di vedute che cozzava contro la grettezza della famiglia della moglie, famiglia che ella lo costringeva a frequentare , con cocciuta prepotenza, ben sapendo che il divario, fra il livello culturale e di sensibilita’ tra il marito e quello della propria famiglia d’origine, era incolmabile. E forse proprio questa coscienza aveva fatto cristallizzare il lei l’acredine e l’intransigenza ostile nei confronti del marito.
La prima rappresaglia che aveva attuato contro Roberto era stata negargli sistematicamente il sesso da anni, e questo è facile da intuire. E cio’ non fu un grande problema perche’ Roberto aveva un indice di gradimento elevato fra i rappresentanti del sesso femminile. Ma lei non era minimamente gelosa; e cio’ aumentava il senso di miserabile ed annichilente frigidita’ della donna.
La comunicazione fra i due in realta’ non esisteva piu’, seppur mai v’era stata un tempo. Infatti Roberto preferiva tacere di fronte ad una serie di rampogne, di rispostacce e di ragionamenti che avrebbero fatto sbellicare dalle risate anche il piu’ ritardato mentale, tanto era elevato il livello d’imbecillita’ di lei, ammantato da una parvenza di signorilita’ nei modi, che non trovava il benche’ minimo riscontro in una reale signorilita’ di pensieri e di affettivita’.
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Roberto aveva sempre avuto un hobby, che avrebbe potuto assumere i connotati di una vera passione, qualora gli fosse stato permesso dalla moglie , di coltivarlo: la cucina.
In gioventu’ era riusito a far leccare i baffi ai suoi amici preparando del pesce arrosto, degli stufati di carne, dei dolci alla maniera degli Armeni (maestri in questo genere di culinaria). Ma era rimasto poi solo il ricordo, uno dei tanti ricordi di una liberta’ perduta, in quanto la moglie gli vietava sistematicamente di avvicinarsi ai fornelli perche’ egli avrebbe ‘sporcato troppo la cucina’, costringendola a spostare poi tutti i mobili della stessa per ‘passare lo straccio’ in ogni angolo ‘contaminato’ dall’opera, mai attuata in casa sua, del marito.
La moglie di Roberto passava il suo tempo: o a casa della madre in sua adorazione, oppure ‘passando lo straccio ‘ negli angoli che non venivano raggiunti, a suo dire, dalla donna delle pulizie. Quella di passare ‘bene’ lo straccio era una vera e propria ‘arte’ che lei aveva acquisito , con eterna gratitudine, dalla genitrice.
La resistenza di Roberto era passiva: quando era costretto a pranzare o a cenare con i parenti della moglie, egli si limitava a ingozzarsi ed a trangugiare il vino offertogli, aspettando con ansia la fine del desco, per chiedere di ritirarsi a casa in preda ad un tremendo mal di testa. Mal di testa che gli veniva realmente ogni volta.
Fra i parenti di lei spiccava per bestialita’ e brutalita’ il fratello, che aveva strappato una laurea di ingegnere edile, il cui reale valore era stato dimostrato dal fatto che era stato costretto, dal Genio Civile, a rifare le fondamenta della sua villetta poiche’ aveva sbagliato i calcoli in cemento armato. Ed era riuscito, con la raccomandazione di uno zio, a farsi assumere da uno di quegli Enti di cui sopra. Ma i suoi principali passatempi erano quelli di: toccarsi , a piene mani, i testicoli, a gambe aperte, dopo aver consumato le ‘seppioline al sugo’, unico piatto di pesce che la madre sapeva preparare (e che doveva assolutamente essere consumato , con sussiego ed ammirazione obbligatori, ogni santa occasione, come una pietanza da ‘alta cucina’); e di parassitare sistematicamente il cospicuo patrimonio della moglie, dalla corporatura procace e generosa, indirizzandola, quest’ultima, ai desideri del politico di sottobosco, di turno, in cambio di favori di poco conto (piccoli incarichi, giorni di liberta’ dal lavoro, ecc.). Tale fratello non sapeva spiccicare una sola parola d’Italiano corretto. Non ne parliamo dei contenuti dei suoi chiamiamoli ‘discorsi’.
L’occasione per mettere la parola ‘fine’ a tutto questo scempio di vita venne in occasione di un una Domenica della Palme.
Roberto, in un eccesso di generosita’ o di incoscienza, accontento’ la moglie ad ospitare a pranzo i genitori ed il fratello di lei, con relativa famiglia.
Non l’avesse mai fatto!
Gli invitati se ne andarono a fine pranzo.
Dopo , mentre riassettava, la moglie comincio’ violentemente ad attaccar briga con Roberto . Il motivo ufficiale era che che Roberto non aveva dato sufficiente confidenza al fratello di lei durante il pranzo. Il figlio, con una scusa, intui’ la brutta aria che avrebbe tirato di lì a poco, carico’ subito la macchina e, con una scusa parti’ per tornarsene a casa sua.
Pere farla breve, rimasti soli, Roberto e la moglie, la discussione era degenerata e lei si era abbandonata ad una delle crisi isteriche piu’ violente, cui da molto tempo oramai il marito aveva perso l’abitudine di assistere.
Nel bisticcio lei assesto’ un morso micidiale alla regione pettorale mammaria destra di Roberto, quasi staccandogli la ghiandola mammaria.
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Dopo la fase di acuzie della crisi isterica, la moglie di Roberto, dopo essere rimasta immobile e sola sul divano del salotto per oltre mezz’ora, si diresse in cucina per lavare i piatti.
Roberto era andato a letto subito dopo il tremendo morso.
Rimase in dormiveglia per alcuni minuti, poi ridiscese al piano giorno della villetta.
Rivolse uno sguardo in cucina e vide, poggiato sul tavolo, fra la confusione di piatti,, stoviglie e rimanenze di portata, il ‘matterello’ con cui era stesa la pasta la mattina, prima della cottura.
Fu un’ immagine invitante che gli si presento’ come la soluzione di tutti i mali.
Entro’ con piede felpato in cucina, mentre la moglie era girata verso il lavello. Afferro’ il matterello , di legno d’ulivo, e colpi’ la moglie da dietro sulla testa a destra. Provoco’ un rumore sordo, attutito dai capelli di lei, tutti arruffati. Le aveva appena causato una frattura dell’osso parietale destro.
Ella cadde all’indietro dritta come un palo e stramazzo’ a terra, con gli occhi aperti, in preda a rantoli confusi.
Roberto scorse, in un piatto di portata , un’astice, cucinata al forno, non consumata.
Abbasso’ e tolse del tutto le calze e le mutandine alla moglie.
Le infilo’ l’intera astice in vagina lasciandole la testa fare capolino fuori. Poi si volto’ indietro. Nello sgabuzzino c’erano scope , stracci e bastoni per lavare a terra. Prese uno di questi bastoni e utilizzando la parte libera, gliela infilo’ nell’orificio anale spingendo dentro per circa trenta centimetri.
Lei non rantolava piu’ e non respirava piu’. I suoi occhi aperti si accompagnavano finalmente al silenzio di una bocca aperta da cui fuoriusciva soltanto un rigolo di saliva. Roberto prese uno straccio per lavare a terra e, piano piano, glielo infilo’ tutto in bocca, spingendo nel faringe piu’ che pote’.
Poi egli si lavo’ per bene mani e viso, salì in camera da letto e si vestì con un jeans ed un pullover. Scese in strada, accese l’auto e si diresse verso sud sulla costa.
Fece appena una quindicina di chilometri. Poi si fermo’ accostando sulla destra, perche’ gli parve di vedere, a pochi chilometri dalla riva un enorme vascello, con le vele in parte ammainate.
Tolse solo il pullover e le scarpe e si tuffo’ in acqua.
Raggiunse, non seppe nemmeno lui come, a nuoto il vascello.
Questi batteva una bandiera inglese e gli uomini portavano uniformi da ufficiali di marina dell’ottocento. Poi v’erano i mozzi ed il personale subalterno.
No, non si sbagliava, Roberto aveva cambiato dimensione temporale: i binocoli d’ottone degli ufficiali, i loro cappelli ed i vestiti, gli arnesi che usavano gli uomini, tutto era di quell’epoca: la meta’ dell’ottocento circa.
Si udi’ un grido in inglese, lingua che Roberto capiva e parlava benissimo. Roberto capi’ che gridavano : ‘Uomo in mare! Uomo in mare!’.
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Calarono subito una scaletta in corda. Roberto la sali’ e ,gocciolante, si presento all’ufficiale che aveva il portamento di chi comanda di piu’.
Questi gli disse, sempre in un inglese impeccabile: ‘Lei cosa sa fare?’ ‘So fare il contabile, all’occorrenza l’uomo di fatica, ma ho una speciale passione per la cucina!’. Rispose Roberto con aria di sottomissione e di rispetto, rivolto all’ufficiale, dopo averlo salutato alla maniera militare, dritto ed a piedi uniti.
‘Se non vado errato ci manca un’assistente cuoco ed il nostro contabile fa fatica a star dietro a tutti i suoi calcoli da solo!’, Riprese l’alto ufficiale (era proprio il Comandante della nave!). ‘ La assumo! Un posto letto e pasti gratis, piu’ un premio in moneta alla fine della navigazione. Veniamo da Venezia. Ci dirigiamo verso est, in Egitto, ad Alessandria, per un carico importante. Poi rientreremo in Inghilterra. Se si comportera’ bene potra’ divenire cittadino e marinaio agli ordini della corona britannica. Che ne dice?’. ‘Accetto! Grazie, Signore!’, si affretto’ a rispondere Roberto, raggiante di felicita’.
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lunedì, 22 settembre 2008
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RACCONTO (LUGLIO 2008)
Sabatino DI FILIPPO (AUTORE)
L’AMICO DELL’UOMO CHE NON AVEVA PIU’ VOGLIA DI VIVERE (TITOLO)
Far passare la voglia di vivere ad un uomo pieno d’interessi come me, Fulvio De Gregoris, ce n’era proprio voluto.
Ero stato ed ero ancora un professionista molto serio, un medico ospedaliero, vivevo in una cittadina del Centro-Italia. Avevo una volonta’ di ferro e, nonostante il mio carattere crepuscolare, amavo molto la vita.
Infatti la mia spiccata sensibilita’ mi obbligava a coltivare molti interessi, tutti di ordine culturale od intellettivo, in quanto ero portatore di un lieve difetto fisico all’arto inferiore sinistro, esito di un incidente stradale, che mi aveva precluso la pratica di ognitipo di sport.
Avevo 54 anni, un’età in cui è oramai difficile distrarsi o cercare evasione alla ricerca di una donna. A quest’eta’ non v’è piu’ l’impellenza sessuale che, indirettamente, spinge a dimenticare il passato con l’aspettativa di coltivare la volonta’ di godere di nuove esperienze femminili.
In piu’ la separazione da mia moglie, avvenuta qualche anno prima, aveva slatentizzato, se non addirittura chiarito inequivocabilmente, che mia moglie non mi aveva mai voluto bene.
Eh sì, era proprio così. Non era tanto la solitudine esistenziale, in cui ero di fatto piombato, che mi aveva ferito quasi a morte. Era stata la coscienza di aver sprecato tutta una vita, rendendomi conto che tutto cio’ che avevo costruito in ragione della convivenza con mia moglie, era stata una vera e propria ‘bolla di sapone’. Che era scoppiata lasciando, sentimentalmente, ‘il nulla’. Sì , avevo tre figli di cui due che ancora non avevano superato i diciotto anni, ma avevo avuto riprova che per essi io rappresentavo ancora e solo il ‘capo famiglia’ , ma poco di piu’.
Nonostante cio’, i primi anni due anni di separazione li avevo trascorsi iscrivendomi ad agenzie matrimoniali, ed ad organizzazioni internet per persone sole, e, peraltro, io non era affatto un uomo brutto, anzi con , riferiti dagli altri forse per incoraggiarmi, risvolti affascinanti sia fisici che comportamentali. Ed inoltre avevo avuto molto lavoro, oltre a quello che normalmente e costantemente, svolgeva in ospedale.
Pero’, passati circa tre anni, il mio subconscio mi convinceva sempre di piu’ che la mia vita si stava rapidamente avviando al capolinea.
Niente mi entusiasmava piu’. Anzi, piu’ cercavo di uscire dall’isolamento che io avvertivo come un nemico invisibile che mi accerchiava sempre piu’, e vieppiu’ mi sembrava di assumere atteggiamenti tristemente, ma realmente, grotteschi, e , come dire, fuori dal tempo.
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Negli ultimi dieci anni della mia vita avevo cercato, con tutte le mie forze e tutta la mia sicurezza, di divenire un cristiano, e cio’ mi toglieva di fatto l’unica possibilita’ che mi avrebbe finalmente liberato da quella impalpabile tortura: l’idea del suicidio.
La mia vita continuava inesorabilmente ed io avevo diviso la mia mente in due parti. Una parte doveva occuparsi di tutte le incombenze ed i doveri inerenti alla mia posizione nella societa’ e nei confronti della mia famiglia, anche se era oramai una famiglia soltanto virtuale, almeno dal punto di vista affettivo. L’altra parte, involontariamente, era divenuta l’immondezzaio del mio io: vi si trovavano tutte le illusioni deluse, le sue speranze disilluse, gli inganni che l’esistenza mi aveva riservato, e, cosa che imperava incontrastata, l’immagine enorme del mio fallimento familiare, incastonato nella cornice della mia non piu’ giovane eta’.
La storia che sto raccontando appartiene ai giorni nostri.
Venne la terza Estate da quando io vivevo da separato. Mi consigliarono di andarmene in crociera. Ma io non ne volli sapere. Era convinto che le difficolta’ interiori ed esterne di un uomo non si superano con le cosiddette ‘distrazioni’. E poi, le amicizie fatte in crociera durano il tempo della crociera, poi sono destinate ad estinguersi. Io invece dovevo reinventarmi una vita. Ed in un certo senso un’altra identita’.
Un giorno tornavo in serata da una giornata trascorsa al mare, a casa di un amico. Erano le ore 23 circa e passavo , come al solito, sopra l’unico ponte , a due corsie, che separava la collina dove sorgeva la citta’ da quella invece dove abitavo. Ma io dovevo per forza passare, ogni qual volta tornavo dalla costa con l’auto, sopra quel ponte, per raggiungere la mia villetta, situata su di un’altra collina, fuori del centro abitato.
Fu in quel momento che assistetti ad una scena che si presenta piuttosto banale o scontata allorquando un uomo decide di suicidarsi. Vidi infatti un uomo, distintamente vestito, che sembrava affacciato sul parapetto del ponte, parapetto non protetto da inferriate.
Siccome era l’ora tarda, io rallerntai poiche’ mi parve strano che un tale si affacciasse dal parapetto del ponte a quell’ora, anche perche’ da lì non si godeva di alcun panorama, specie a quell’ora. E , come avevo intuito, il signore che vidi inizio’ ad alzare l’arto inferiore destro ed ad appoggiarlo sul parapetto.
Incurante del divieto di sosta, accostai immediatamente l’auto sulla destra ed aprii il finestrino del posto di guida ed urlai: ‘Ehi, dico a lei, signore! Devo dirle una cosa molto importante.’. Pensai che quella frase avrebbe avuto un effetto determinante nel fermare l’uomo proprio in quel momento. E ci riuiscii. Scesi dall’auto mentre l’uomo rimise il piede destro a terra, voltandosi per vedere chi gli urlava quella frase.
Attraversai la strada, arrivai ad afferrare l’uomo per un braccio e gli dissi: ‘Stava per compiere l’ultima azione della sua vita, vero?’. L’uomo abbasso’ lo sguardo, mortificato, dopo avermi guardato fisso negli occhi, e fece cenno di sì col capo.
‘Dunque’, cominciai, ‘adesso spiegami perche’ lo volevi fare. Te lo chiedo perche’ sono mesi che vorrei fare anche io quello che stavi facendo.’.
‘E’ una storia lunga.’ rispose. ‘Ne sono certo.’, risposi. Ti va di venire a casa mia così me lo racconti. Tanto , se lo vuoi veramente fare, un giorno prima o un giorno dopo….’.
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Accetto’. Andammo a casa mia con la mia auto. Il signore mi disse il suo nome: si chiamava Angelo Anselmi. Faceva l’imprenditore, gestiva una concessionaria d’auto, aveva 52 anni, aveva due figli, rispettivamente, di 25 e 27 anni, , era separato dalla moglie da circa un anno e mezzo. Lo feci mettere comodo, lo assicurai che per quella sera e , probabilmente, per le altre a venire, egli avrebbe dovuto dormire a casa mia. Insomma volevo diventare suo amico , anche perche’volevo scoprire i veri motivi del suo tentato gesto estremo, al fine di avere io aiuto da cio’ che mi avrebbe confessato.
Egli fu felice di aver trovato in me un amico, anche se la sua mente era calamitata, in ogni momento, nei pensieri e nelle preoccupazioni che erano la fonte della sua angoscia. Ma riconobbe che il mio intervento era stato provvidenziale.
Almeno eravamo in due adesso ad avere , piu’ o meno, la stessa problematica di contenzioso col suicidio.
Gli dedicai una stanza del mio appartamento ed egli si trasferi’ da me, almeno per quanto riguardava i pasti e le notti. E cio’, non nego mi fece molto piacere. Perche’ egli aveva una cultura non comune ed, inoltre, nutriva, una serie di considerazioni e convincimenti, sulla vita, che collimavano con i miei.
Mi racconto’ che il quel periodo era disperato in quanto i suoi affari andavano male. E tutto era nato da quando la moglie l’aveva lasciato, perche’ aveva trovato un altro uomo. E questa esperienza, forse per l’eta’ piu’ che matura che lei e lui avevano. era stata per lui devastante.
Con la separazione una parte del patrimonio era andato alla moglie (non avevano la separazione dei beni), e lui, per risarcirla, era andato in deficit con la sua azienda.
A questo punto gli erano venute meno le forze ed aveva deciso di farla finita. Questo fu il succo del racconto.
A me parve piu’ preoccupato per la sua azienda, che per la separazione dalla moglie.
Allora, considerato che lo conobbi come una persona molto in gamba sul lavoro, cominciai ad accarezzare il pensiero di poter divenire suo socio in affari. In tal modo avrei potuto , se ce l’avessi fatta con i miei proventi, a coprire il suo ‘buco’, sarei divenuto in’imprenditore anch’io, e l’avrei definitivamente tirato fuori da quella situazione.
‘Qual è l’ammanco che hai nella tua concessionaria?. Glielo chiesi in uno di quei primi giorni di conoscenza. ‘All’incirca 80000 euro’, mi rispose. Ho ordinato una partita di auto nuove che non posso piu’ pagare e se non le pago e non le vendo, non ce la faro’ piu’. ‘Che ne diresti se io ti dessi i soldi di cui hai bisogno e tu in cambio mi facessi divenire socio della tua azienda al 33%, considerando che, da cio’che ho capito, tale percentuale sarebbe equa?’.
Lui fu entusiasta della mia offerta ed accetto’.
Approntammo tutte le pratiche per rendere fattiva l’associazione in affari e di fatto divenni un’imprenditore.
Passato il primo anno, e superate le prime difficolta’, gli affari iniziarono a far salire i loro utili e cominciammo a fare soldi, e pure molti.
Ma la sera, a cena, nonostante conoscemmo molte donne, riuscissimo a divertirci, programmassimo come e dove trascorrere insieme le nostre vacanze estive, il pensiero della moglie rigurgitava
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puntualmente nella sua mente. Doveva averla amata molto, e la doveva ancora amare molto nonostante l’eta’ non piu’ giovane di lei (aveva su per giu’ la stessa eta’ del mio amico). L’avevo vista , una volta da lontano, e non mi era sembrata una gran bellezza. Ma egli non riusciva a darsi pace per quella che, secondo lui , era stata, secondo lui, la sua responsabilita’ nel fallimento del matrimonio ( forse il suo eccessivo attaccamento al lavoro). I suoi due figli erano oramai sistemati (uno era ingegnere meccanico in un’undustria a Milano; l’altro era insegnante di matematica in un liceo, sempre a Milano).
Con il mio supporto la sua azienda stava ridecollando! Che cosa voleva di piu’! Cercai di convincerlo che oramai la sua storia con la sua ex-moglie era finita e che, da quello che conoscevo di lui, che mi sembrava proprio un uomo in gamba (e, peraltro non affatto brutto e non privo di una sicurezza insita nel suo carattere ) ella non doveva essere affatto una gran donna.
Ma convincerlo era difficile.
Passava intere serate a ricordare particolari della vita passata con lei. Il suo fidanzamento. I viaggi fatti insieme a lei. Lui era convinto che ella gli volesse ancora bene. Ma io, obiettivamente, non potevo dargli ragione.
Mi confesso’ che negli ultimi due mesi egli le aveva regalato due anelli di brillanti. Che ella se l’era presi, ma che non aveva voluto saperne di tornare con lui.
Passarono sei mesi e, considerato in fatto che egli cercava a tutti i costi di vederla, ella l’aveva addirittura querelato per molestie continue.
Io non sapevo piu’ che fare per migliorare la situazione. Feci visitare Angelo da un mio amico psichiatra , ma la cura che gli fu prescritta, e che egli esegui’, non ebbe alcun effetto.
Era come se il suo cervello fosse rimasto fermo nel tempo. Come se tutto il disamore che la moglie gli aveva dimostrato non lo sfiorasse nemmeno.
Comunque , come Dio volle. passo’ l’altro anno e mezzo che era necessario per la definizione del divorzio. E la moglie, come gli aveva anticipato, lo chiese regolarmente. Angelo lo subi’ senza condizioni. Si divisero quello che dovevano dividersi.
Il mio amico attraverso’ questo periodo con compostezza. Tanto che io mi convinsi che egli se n’era fatto una ragione. Il lavoro della sua concessionaria andava bene e cio’ mi faceva molto piacere, anche per i miei interessi personali. In poco piu’ di un anno avevo guadagnato almeno tre volte tanto di quello che avevo investito.
Ciononostante ero io , invece, che, trascorso tanto tempo a sostenere l’amico in questa lotta a dimenticare il passato, ed in particolare la sua ex moglie, sentivo che ancora avevo un contenzioso col passato da colmare. Affrontai anch’io il divorzio con mia moglie, cercando di contenere le perdite economiche. Ma, allorquando mi distraevo da quella che in quell’anno e mezzo era stata la principale preoccupazione, cioe’ quella di salvare la vita dell’amico, ripiombavo in una serie di interrogativi e di misteri connessi alla perdita dell’unione con mia moglie. Ed in piu’ io non avevo neanche l’aiuto, diciamo, l’alibi di farmene definitivamente una ragione, cioè l’adulterio, che il mio amico aveva subìto, ed io invece no.
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Iniziai quindi, involontariamente a concedermi del tempo per elaborare il mio dolore. Una elaborazione che pero’ sembrava non avere mai fine.
Ne parlai spesso con il mio amico, ma lui, con mia grande meraviglia, mi diede, una sera, delle spiegazioni risolutive e semplici, impeccabili, ma che mi riempirono di sgomento, per il loro corretto cinismo. ‘Che cosa vuoi capire piu’? Non è andata e basta! Accadono delle cose nella vita nei confronti delle quali non ci si puo’ fare niente. Debbono accadere e basta! Quello, invece che tormenta sono i ricordi. E’ come se il destino abbia deciso ad un certo punto di interromperti la vita, senza un’apparente buona ragione. E’ quello il dolore maggiore. Abbandonarti ad un destino che non si accetta. E non lo si accetta perche’ ci si era abituati a farlo proprio quel destino, come se esso fosse stato e fosse il frutto di ogni nostra singola azione. Ed , invece, ad un bel momento: flop! Ti sfugge il controllo di tutto, proprio di tutto. E’ come se ci si svegliasse senza ricordare neppure il proprio nome. Ed allora come si fa a ricominciare? Specie se l’eta’ che si ha non ti pone davanti un’intera esistenza cui dare un significato. Anzi l’esistenza, incredibilmente continua. Ed invece non si sa come riempirla. Non si sa come reinventarsi un’altra identita’. Perché l’identita’ ha un nucleo intorno al quale si sovrappongono degli strati. Ma se si perde il nocciolo, allora l’identita’ rimane come il guscio di una noce in cui e’ scomparso il contenuto.’.
Questo ragionamento , invece di tirarmi su, mi fece sprofondare in un senso di disperazione peggiore di quello che esperimentavo allorquando avevo salvato la vita di Angelo.
Una mattina, uscendo dall’ospedale, notai un traffico intenso. Dovetti cambiare strada piu’ volte prima di poter ritirarmi a casa. Giunsi con un’ora e piu’ di ritardo e non mi seppi spiegare il perche’. Entrando in casa incontrai il mio vicino di casa che tornava dalla scuola dove si era recato per prendere il figlio. Anche lui era irritato per il ritardo che anch’egli aveva fatto e per il forte traffico che anch’egli aveva trovato. Mi disse: ‘Pare che sia successa una disgrazia intorno a mezzogiorno. Mi anno riferito che un tale si è gettato giu’ dal ponte.!’.
Mi precipitai subito in casa. Telefonai subito ai Carabinieri. Risposero subito dall’altro capo. ‘Mi scusi’, dissi, ‘è vero che un tale si è gettato dal ponte, l’unico ponte che c’è nella nostra citta’, stamane alle 12?’. ‘Sì è vero’. ‘Mi scusi ancora, ma sono preoccupato perche’ vivo da qualche anno con un amico che ha gia’ tentato il suicidio. Mi potrebbe dire il suo nome, la prego! La prego!’. Dall’altra parte la voce mi rispose: ‘Non dovrei, a rigore, ma visto che sto registrando la telefonata! Si chiamava Angelo, Angelo Anselmi; sì si chiamava così. Spero proprio che non si tratti del suo amico.’. Ringraziai e riuchiusi il telefono. Rimasi senza pensieri. L’unica cosa che mi riuscì di bisbigliare fra i denti fu: ‘Ed adesso io cosa faro’?’.
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RACCONTO (LUGLIO 2008)
Sabatino DI FILIPPO (AUTORE)
L’AMICO DELL’UOMO CHE NON AVEVA PIU’ VOGLIA DI VIVERE (TITOLO)
Far passare la voglia di vivere ad un uomo pieno d’interessi come me, Fulvio De Gregoris, ce n’era proprio voluto.
Ero stato ed ero ancora un professionista molto serio, un medico ospedaliero, vivevo in una cittadina del Centro-Italia. Avevo una volonta’ di ferro e, nonostante il mio carattere crepuscolare, amavo molto la vita.
Infatti la mia spiccata sensibilita’ mi obbligava a coltivare molti interessi, tutti di ordine culturale od intellettivo, in quanto ero portatore di un lieve difetto fisico all’arto inferiore sinistro, esito di un incidente stradale, che mi aveva precluso la pratica di ognitipo di sport.
Avevo 54 anni, un’età in cui è oramai difficile distrarsi o cercare evasione alla ricerca di una donna. A quest’eta’ non v’è piu’ l’impellenza sessuale che, indirettamente, spinge a dimenticare il passato con l’aspettativa di coltivare la volonta’ di godere di nuove esperienze femminili.
In piu’ la separazione da mia moglie, avvenuta qualche anno prima, aveva slatentizzato, se non addirittura chiarito inequivocabilmente, che mia moglie non mi aveva mai voluto bene.
Eh sì, era proprio così. Non era tanto la solitudine esistenziale, in cui ero di fatto piombato, che mi aveva ferito quasi a morte. Era stata la coscienza di aver sprecato tutta una vita, rendendomi conto che tutto cio’ che avevo costruito in ragione della convivenza con mia moglie, era stata una vera e propria ‘bolla di sapone’. Che era scoppiata lasciando, sentimentalmente, ‘il nulla’. Sì , avevo tre figli di cui due che ancora non avevano superato i diciotto anni, ma avevo avuto riprova che per essi io rappresentavo ancora e solo il ‘capo famiglia’ , ma poco di piu’.
Nonostante cio’, i primi anni due anni di separazione li avevo trascorsi iscrivendomi ad agenzie matrimoniali, ed ad organizzazioni internet per persone sole, e, peraltro, io non era affatto un uomo brutto, anzi con , riferiti dagli altri forse per incoraggiarmi, risvolti affascinanti sia fisici che comportamentali. Ed inoltre avevo avuto molto lavoro, oltre a quello che normalmente e costantemente, svolgeva in ospedale.
Pero’, passati circa tre anni, il mio subconscio mi convinceva sempre di piu’ che la mia vita si stava rapidamente avviando al capolinea.
Niente mi entusiasmava piu’. Anzi, piu’ cercavo di uscire dall’isolamento che io avvertivo come un nemico invisibile che mi accerchiava sempre piu’, e vieppiu’ mi sembrava di assumere atteggiamenti tristemente, ma realmente, grotteschi, e , come dire, fuori dal tempo.
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Negli ultimi dieci anni della mia vita avevo cercato, con tutte le mie forze e tutta la mia sicurezza, di divenire un cristiano, e cio’ mi toglieva di fatto l’unica possibilita’ che mi avrebbe finalmente liberato da quella impalpabile tortura: l’idea del suicidio.
La mia vita continuava inesorabilmente ed io avevo diviso la mia mente in due parti. Una parte doveva occuparsi di tutte le incombenze ed i doveri inerenti alla mia posizione nella societa’ e nei confronti della mia famiglia, anche se era oramai una famiglia soltanto virtuale, almeno dal punto di vista affettivo. L’altra parte, involontariamente, era divenuta l’immondezzaio del mio io: vi si trovavano tutte le illusioni deluse, le sue speranze disilluse, gli inganni che l’esistenza mi aveva riservato, e, cosa che imperava incontrastata, l’immagine enorme del mio fallimento familiare, incastonato nella cornice della mia non piu’ giovane eta’.
La storia che sto raccontando appartiene ai giorni nostri.
Venne la terza Estate da quando io vivevo da separato. Mi consigliarono di andarmene in crociera. Ma io non ne volli sapere. Era convinto che le difficolta’ interiori ed esterne di un uomo non si superano con le cosiddette ‘distrazioni’. E poi, le amicizie fatte in crociera durano il tempo della crociera, poi sono destinate ad estinguersi. Io invece dovevo reinventarmi una vita. Ed in un certo senso un’altra identita’.
Un giorno tornavo in serata da una giornata trascorsa al mare, a casa di un amico. Erano le ore 23 circa e passavo , come al solito, sopra l’unico ponte , a due corsie, che separava la collina dove sorgeva la citta’ da quella invece dove abitavo. Ma io dovevo per forza passare, ogni qual volta tornavo dalla costa con l’auto, sopra quel ponte, per raggiungere la mia villetta, situata su di un’altra collina, fuori del centro abitato.
Fu in quel momento che assistetti ad una scena che si presenta piuttosto banale o scontata allorquando un uomo decide di suicidarsi. Vidi infatti un uomo, distintamente vestito, che sembrava affacciato sul parapetto del ponte, parapetto non protetto da inferriate.
Siccome era l’ora tarda, io rallerntai poiche’ mi parve strano che un tale si affacciasse dal parapetto del ponte a quell’ora, anche perche’ da lì non si godeva di alcun panorama, specie a quell’ora. E , come avevo intuito, il signore che vidi inizio’ ad alzare l’arto inferiore destro ed ad appoggiarlo sul parapetto.
Incurante del divieto di sosta, accostai immediatamente l’auto sulla destra ed aprii il finestrino del posto di guida ed urlai: ‘Ehi, dico a lei, signore! Devo dirle una cosa molto importante.’. Pensai che quella frase avrebbe avuto un effetto determinante nel fermare l’uomo proprio in quel momento. E ci riuiscii. Scesi dall’auto mentre l’uomo rimise il piede destro a terra, voltandosi per vedere chi gli urlava quella frase.
Attraversai la strada, arrivai ad afferrare l’uomo per un braccio e gli dissi: ‘Stava per compiere l’ultima azione della sua vita, vero?’. L’uomo abbasso’ lo sguardo, mortificato, dopo avermi guardato fisso negli occhi, e fece cenno di sì col capo.
‘Dunque’, cominciai, ‘adesso spiegami perche’ lo volevi fare. Te lo chiedo perche’ sono mesi che vorrei fare anche io quello che stavi facendo.’.
‘E’ una storia lunga.’ rispose. ‘Ne sono certo.’, risposi. Ti va di venire a casa mia così me lo racconti. Tanto , se lo vuoi veramente fare, un giorno prima o un giorno dopo….’.
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Accetto’. Andammo a casa mia con la mia auto. Il signore mi disse il suo nome: si chiamava Angelo Anselmi. Faceva l’imprenditore, gestiva una concessionaria d’auto, aveva 52 anni, aveva due figli, rispettivamente, di 25 e 27 anni, , era separato dalla moglie da circa un anno e mezzo. Lo feci mettere comodo, lo assicurai che per quella sera e , probabilmente, per le altre a venire, egli avrebbe dovuto dormire a casa mia. Insomma volevo diventare suo amico , anche perche’volevo scoprire i veri motivi del suo tentato gesto estremo, al fine di avere io aiuto da cio’ che mi avrebbe confessato.
Egli fu felice di aver trovato in me un amico, anche se la sua mente era calamitata, in ogni momento, nei pensieri e nelle preoccupazioni che erano la fonte della sua angoscia. Ma riconobbe che il mio intervento era stato provvidenziale.
Almeno eravamo in due adesso ad avere , piu’ o meno, la stessa problematica di contenzioso col suicidio.
Gli dedicai una stanza del mio appartamento ed egli si trasferi’ da me, almeno per quanto riguardava i pasti e le notti. E cio’, non nego mi fece molto piacere. Perche’ egli aveva una cultura non comune ed, inoltre, nutriva, una serie di considerazioni e convincimenti, sulla vita, che collimavano con i miei.
Mi racconto’ che il quel periodo era disperato in quanto i suoi affari andavano male. E tutto era nato da quando la moglie l’aveva lasciato, perche’ aveva trovato un altro uomo. E questa esperienza, forse per l’eta’ piu’ che matura che lei e lui avevano. era stata per lui devastante.
Con la separazione una parte del patrimonio era andato alla moglie (non avevano la separazione dei beni), e lui, per risarcirla, era andato in deficit con la sua azienda.
A questo punto gli erano venute meno le forze ed aveva deciso di farla finita. Questo fu il succo del racconto.
A me parve piu’ preoccupato per la sua azienda, che per la separazione dalla moglie.
Allora, considerato che lo conobbi come una persona molto in gamba sul lavoro, cominciai ad accarezzare il pensiero di poter divenire suo socio in affari. In tal modo avrei potuto , se ce l’avessi fatta con i miei proventi, a coprire il suo ‘buco’, sarei divenuto in’imprenditore anch’io, e l’avrei definitivamente tirato fuori da quella situazione.
‘Qual è l’ammanco che hai nella tua concessionaria?. Glielo chiesi in uno di quei primi giorni di conoscenza. ‘All’incirca 80000 euro’, mi rispose. Ho ordinato una partita di auto nuove che non posso piu’ pagare e se non le pago e non le vendo, non ce la faro’ piu’. ‘Che ne diresti se io ti dessi i soldi di cui hai bisogno e tu in cambio mi facessi divenire socio della tua azienda al 33%, considerando che, da cio’che ho capito, tale percentuale sarebbe equa?’.
Lui fu entusiasta della mia offerta ed accetto’.
Approntammo tutte le pratiche per rendere fattiva l’associazione in affari e di fatto divenni un’imprenditore.
Passato il primo anno, e superate le prime difficolta’, gli affari iniziarono a far salire i loro utili e cominciammo a fare soldi, e pure molti.
Ma la sera, a cena, nonostante conoscemmo molte donne, riuscissimo a divertirci, programmassimo come e dove trascorrere insieme le nostre vacanze estive, il pensiero della moglie rigurgitava
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puntualmente nella sua mente. Doveva averla amata molto, e la doveva ancora amare molto nonostante l’eta’ non piu’ giovane di lei (aveva su per giu’ la stessa eta’ del mio amico). L’avevo vista , una volta da lontano, e non mi era sembrata una gran bellezza. Ma egli non riusciva a darsi pace per quella che, secondo lui , era stata, secondo lui, la sua responsabilita’ nel fallimento del matrimonio ( forse il suo eccessivo attaccamento al lavoro). I suoi due figli erano oramai sistemati (uno era ingegnere meccanico in un’undustria a Milano; l’altro era insegnante di matematica in un liceo, sempre a Milano).
Con il mio supporto la sua azienda stava ridecollando! Che cosa voleva di piu’! Cercai di convincerlo che oramai la sua storia con la sua ex-moglie era finita e che, da quello che conoscevo di lui, che mi sembrava proprio un uomo in gamba (e, peraltro non affatto brutto e non privo di una sicurezza insita nel suo carattere ) ella non doveva essere affatto una gran donna.
Ma convincerlo era difficile.
Passava intere serate a ricordare particolari della vita passata con lei. Il suo fidanzamento. I viaggi fatti insieme a lei. Lui era convinto che ella gli volesse ancora bene. Ma io, obiettivamente, non potevo dargli ragione.
Mi confesso’ che negli ultimi due mesi egli le aveva regalato due anelli di brillanti. Che ella se l’era presi, ma che non aveva voluto saperne di tornare con lui.
Passarono sei mesi e, considerato in fatto che egli cercava a tutti i costi di vederla, ella l’aveva addirittura querelato per molestie continue.
Io non sapevo piu’ che fare per migliorare la situazione. Feci visitare Angelo da un mio amico psichiatra , ma la cura che gli fu prescritta, e che egli esegui’, non ebbe alcun effetto.
Era come se il suo cervello fosse rimasto fermo nel tempo. Come se tutto il disamore che la moglie gli aveva dimostrato non lo sfiorasse nemmeno.
Comunque , come Dio volle. passo’ l’altro anno e mezzo che era necessario per la definizione del divorzio. E la moglie, come gli aveva anticipato, lo chiese regolarmente. Angelo lo subi’ senza condizioni. Si divisero quello che dovevano dividersi.
Il mio amico attraverso’ questo periodo con compostezza. Tanto che io mi convinsi che egli se n’era fatto una ragione. Il lavoro della sua concessionaria andava bene e cio’ mi faceva molto piacere, anche per i miei interessi personali. In poco piu’ di un anno avevo guadagnato almeno tre volte tanto di quello che avevo investito.
Ciononostante ero io , invece, che, trascorso tanto tempo a sostenere l’amico in questa lotta a dimenticare il passato, ed in particolare la sua ex moglie, sentivo che ancora avevo un contenzioso col passato da colmare. Affrontai anch’io il divorzio con mia moglie, cercando di contenere le perdite economiche. Ma, allorquando mi distraevo da quella che in quell’anno e mezzo era stata la principale preoccupazione, cioe’ quella di salvare la vita dell’amico, ripiombavo in una serie di interrogativi e di misteri connessi alla perdita dell’unione con mia moglie. Ed in piu’ io non avevo neanche l’aiuto, diciamo, l’alibi di farmene definitivamente una ragione, cioè l’adulterio, che il mio amico aveva subìto, ed io invece no.
Pag.5.
Iniziai quindi, involontariamente a concedermi del tempo per elaborare il mio dolore. Una elaborazione che pero’ sembrava non avere mai fine.
Ne parlai spesso con il mio amico, ma lui, con mia grande meraviglia, mi diede, una sera, delle spiegazioni risolutive e semplici, impeccabili, ma che mi riempirono di sgomento, per il loro corretto cinismo. ‘Che cosa vuoi capire piu’? Non è andata e basta! Accadono delle cose nella vita nei confronti delle quali non ci si puo’ fare niente. Debbono accadere e basta! Quello, invece che tormenta sono i ricordi. E’ come se il destino abbia deciso ad un certo punto di interromperti la vita, senza un’apparente buona ragione. E’ quello il dolore maggiore. Abbandonarti ad un destino che non si accetta. E non lo si accetta perche’ ci si era abituati a farlo proprio quel destino, come se esso fosse stato e fosse il frutto di ogni nostra singola azione. Ed , invece, ad un bel momento: flop! Ti sfugge il controllo di tutto, proprio di tutto. E’ come se ci si svegliasse senza ricordare neppure il proprio nome. Ed allora come si fa a ricominciare? Specie se l’eta’ che si ha non ti pone davanti un’intera esistenza cui dare un significato. Anzi l’esistenza, incredibilmente continua. Ed invece non si sa come riempirla. Non si sa come reinventarsi un’altra identita’. Perché l’identita’ ha un nucleo intorno al quale si sovrappongono degli strati. Ma se si perde il nocciolo, allora l’identita’ rimane come il guscio di una noce in cui e’ scomparso il contenuto.’.
Questo ragionamento , invece di tirarmi su, mi fece sprofondare in un senso di disperazione peggiore di quello che esperimentavo allorquando avevo salvato la vita di Angelo.
Una mattina, uscendo dall’ospedale, notai un traffico intenso. Dovetti cambiare strada piu’ volte prima di poter ritirarmi a casa. Giunsi con un’ora e piu’ di ritardo e non mi seppi spiegare il perche’. Entrando in casa incontrai il mio vicino di casa che tornava dalla scuola dove si era recato per prendere il figlio. Anche lui era irritato per il ritardo che anch’egli aveva fatto e per il forte traffico che anch’egli aveva trovato. Mi disse: ‘Pare che sia successa una disgrazia intorno a mezzogiorno. Mi anno riferito che un tale si è gettato giu’ dal ponte.!’.
Mi precipitai subito in casa. Telefonai subito ai Carabinieri. Risposero subito dall’altro capo. ‘Mi scusi’, dissi, ‘è vero che un tale si è gettato dal ponte, l’unico ponte che c’è nella nostra citta’, stamane alle 12?’. ‘Sì è vero’. ‘Mi scusi ancora, ma sono preoccupato perche’ vivo da qualche anno con un amico che ha gia’ tentato il suicidio. Mi potrebbe dire il suo nome, la prego! La prego!’. Dall’altra parte la voce mi rispose: ‘Non dovrei, a rigore, ma visto che sto registrando la telefonata! Si chiamava Angelo, Angelo Anselmi; sì si chiamava così. Spero proprio che non si tratti del suo amico.’. Ringraziai e riuchiusi il telefono. Rimasi senza pensieri. L’unica cosa che mi riuscì di bisbigliare fra i denti fu: ‘Ed adesso io cosa faro’?’.
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RACCONTO
Sabatino DI FILIPPO (AUTORE)
LA DONNA CHE AMAVA RISPECCHIANDOSI NEL MARE (TITOLO)
Santorini era ed è una delle isole greche piu’ belle che esista. La sua bellezza è difficile da descrivere, perche’ associa le mille manifestazioni che il mare assume ad un paesaggio rurale selvaggio e, per così dire, ordinato e coerente, insieme, nella sua tipologia. L’isola, infatti, è di natura rupestre, con sbalzi delle rocce su cui sorgono i vari piccoli centri abitati e de stradine ricavate dalla roccia. Inoltre non manca l’abbondanza delle macchie verdi, che in alcuni punti, giungono a lambire le acque del mare. Si puo’ dire che da ogni luogo dell’isola si gode di un panorama scosceso splendidamente sul mare, il quale si insinua in insenature poco ampie, ma che formano come dei porticciuoli naturali, anche se il piu’ delle volte si tratta soltanto di vere e proprie insenature.
La nostra vicenda si svolge negli anni ’50, allorquando l’isola risultava avere tutte le caratteristiche di un grande rupe incontaminata, posta i mezzo ad un mare eternamente ceruleo..
Artemisia era una ragazza dell’eta’ di 14 anni che versava in condizioni di poverta’ come tutte le persone che allora abitavano l’isola. L’unica costruzione che, dall’apetto, mostrava un minimo di dignita’ architettonica era la chiesetta ortodossa che sorgeva nel punto piu’ alto di Santorini. Questa rimaneva sotto le cure di tre sacerdoti di cui il superiore. Questi sapeva suonare il vecchio organo posto sulla destra dell’altare, non lontano da una finestra, che si vedeva subito entrando, possente in relazione al piccolo spazio che tutta la chiesa occupava: una ventina di metri quadri all’incirca. Le panchette per i fedeli erano di vecchio legno di ciliegio. L’altare era piccolo ed in marmo consunto Dietro di esso v’era una antica grande icona copta rappresentante, a colori vivaci, un Pantocrator , in cui dominavano il blu della veste e l’oro della grande aureola. Gli occhi , grandissimi, dell’immagine, che spaziavano sul rosa del volto, avevano il classico immobilismo misterioso ed ingenuo di tali figure.
L’occupazione di Artemisia era quella di pastorella. Il padre le aveva lasciato, morendo, una discreto gregge di pecore: una trentina, che era la fonte del sostentamento della famiglia. La madre era avanti negli anni, ormai, aveva una settantina d’anni , ma era piena d’acciacchi e purtroppo ridotta molto male da un male cronico, dal nome complicato, che l’aveva colta alcuni anni prima e che aveva interessato ed interessava sempre piu’ le sue articolazioni, limitandole sempre di piu’ suoi movimenti. I suoi due fratelli maggiori, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, erano emigrati negli Stati Uniti, e non erano piu’ tornati. Ella era rimasta a tener compagnia alla madre ed al padre allorquando aveva appena poco meno di dieci anni. S’era così abituata a condurre una vita di solitudine, nella quale pero’, godeva di una completa tranquillita’.
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Gli anni della guerra erano oramai lontani e restavano soltanto nella memoria della madre, la quale, ogni tanto, li rievocava, per quel poco che d’interessante avevano determinato nell’isola, la sera, davanti al focolare che le due donne accendevano per prepararsi la cena. La loro casina era piccolissima: un soggiorno di circa dieci metri quadri, due camerette da letto piu’ piccole del soggiorno. Il cesso era situato all’esterno, ricavato in un angolo a nord-est della casetta, in uno sgabuzzino. L’acqua corrente non c’era. Ma le donne si servivano, per essa, di un ridente ed abbondante ruscello che era situato a circa venti metri dall’abitazione, in un boschetto situato, uscendo sulla destra, dall’unica porta d’ingresso,
Dalla finestrella del soggiorno e dalla piccola area antistante l’ingresso della casetta si godeva di uno splendido panorama che spaziava fino all’orizzonte, ad oriente, della immensa distesa del mare. E lì si aveva l’impressione di essere gia’ in Paradiso.
Artemisia s’era fatta una bella ragazza. Aveva un corpo da donna ormai, con delle forme tipicamente mediterranee. Non era molto alta (misurava meno di un metro e sessanta), ma aveva dei capelli splendidi, di un nero corvino, lisci e fluenti sulle spalle. Il profilo era il classico, cosiddetto, ‘profilo greco’, netto ed elegante, che emanava forza selvaggia e forte sensualita’. I suoi occhi, grandi e neri, determinavano uno sguardo dolce, ma deciso. Era una ragazza di carattere, ed aveva un’indole paziente , dotata di grande calma e capacita’ di sopportazione, ed era costante e silenziosamente tenace in ogni cosa che faceva e pensava. E pensava bene, perche’ dotata di un’intelligenza non comune, di una buona dose di buon senso e di una discreta, ma sana, ambizione.
Sapeva di essere giunta ad un punto della sua esistenza, nel quale, prima o dopo, avrebbe dovuto prendere delle decisioni riguardanti il resto della sua vita.
Non poteva emigrare a sua volta, per lo meno per il momento, perche’ avrebbe dovuto badare a sua madre, che invecchiava sempre di piu’. Ma era abituata, per carattere, a fare sempre programmi, perche’ era previdente, nelle piccole e grandi cose. Pertanto i programmi, allora, dovevano, per forza includere quale sarebbe stata la sua vita d’allora in poi.
A mezzo chilometro dalla loro casa, posta sul costone che girava a nord intorno al promontorio su cui sorgeva la casetta di Artemisia, v’era l’abitazione di un altro pastore, Aristid, un uomo di circa 50 anni che possedeva un cinquantina di pecore ed un figlio, di nome Mikis, un giovanotto dai riccioli neri e gli zigomi pronunciati, che aveva sui vent’anni d’eta’; mentre la moglie gli era morta mettendo alla luce il figlio. Questo Mikis aveva da tempo messo gli occhi su Artemisia. Lei faceva finta di non accorgersi dell’interessamento di lui , e lo manteneva accortamente alla larga.
La verita’ era che a lei un giovane come quello non piaceva. Era, infatti , questi era un tipo un po’ rozzo, non incline ai sentomentalismi e nemmeno alle maniere molto delicate. Non doveva essere uno stupido, ma non era certo un carattere molto dolce, ed, in particolare, cio’ che ad Artemisia non piaceva di lui , era la sua apparente mancanza di ambizioni.
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Tutto sommato era un bravo giovane, ma era abituato a badare al concreto e non si illudeva mai sulle proprie condizioni e sulla possibilita’ di miglioramento delle stesse nel futuro. E poi prendeva tutto con semplicioneria, ma era concreto e disincantato nei suoi pensieri..
La ragazza invece sognava un uomo sensibile, intelligente, colto e dotato di una forte ambizione. E Mikis non era proprio così.
Passarono così altri tre anni e la vita trascorse uguale e serenamente monotona. Mikis aveva tentato piu’ volte di avvicinarsi alla ragazza in mille modi, ma poi aveva dovuto desistere. Artemisia non era il tipo di fanciulla che andava per le lunghe a farsi fare la corte. Non era affatto una civetta e tagliava corto. Quindi il giovane pastore aveva dovuto desistere, orientando le sue scelte verso altre donzelle del grosso del centro abitato.
Artemisia si recava spesso, quando poteva, nella chiesetta a pregare, e si raccomandava a Dio perche’ le fosse data l’opportunita’ di incontrare un ragazzo sensibile, che la potesse amare, ma che, nel contempo, fosse dotato di una dignita’ tale da prefiggersi di migliorare sempre di piu’ nella sua esistenza. E cio’ in modo da dare un senso all’orizzonte che si stagliava, radioso e spesso di colore rosso-arancio nei tramonti primaverili, quand’ella si ritirava ogni giorno, dopo aver riposto il suo piccolo gregge nell’ovile vicino casa, per preparare la cena per il padre e per lei.
Infatti ella immaginava in fondo a quell’orizzonte, pieno di speranze e di ignote ma, per lei certe , aspettative, una nuova vita, diversa da quella che conduceva adesso. Doveva pur esserci nel mondo qualcosa di diverso da quella , pur sempre incantata ed icontaminata, monotonia. La sua non era un’ ambizione sfrenata, ma era soltanto anelito a fuggire da quella prigione dorata che era divenuta per lei quell’isola.
Quando aveva compiuto i 17 anni conobbe un giovane che fece subito colpo su di lei. Costui era un giovanotto di 23 anni, giunto da Atene, dove aveva studiato fino a conseguire il Diploma di Ragioneria a casa di uno zio. Poi la madre era morta, avanti negli anni, ed il padre era rimasto vecchio (aveva 73 anni) e solo e con un gregge di capre e pecore, una sessantina in tutto, che il giovane, unico figlio, dovette prendere in consegna. Era proprio un giovane colto e spigliato e si vedeva subito che doveva avere programmi complessi per il futuro. E cio’ si notava nettamente dal fatto che, quando Artemisia lo conobbe, alla festa dell’Assunzione, perche’ le fu presentato da un gruppetto di sue amiche, noto’ che lui parlava sempre al futuro: ‘Quando faro’……’, ‘Quando succedera’ che….’, Quando riusciro’ a….’, ‘Quando dovro’….’ .
Si chiamava Aristèo. Aveva uno sguardo aperto , vivo, svelto, dei begli occhi neri , vellutati e penetranti; un viso dolce ed arrotondato; sapeva parlare; aveva una discreta cultura ed un corpo solido e muscoloso.
Questo è il ragazzo che farebbe per me. Penso’ subito Artermisia. E quando lui inizio’ a proporle di vedersi insieme alla sera, di sabato, lei accetto’ subito volentieri.
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Le loro erano delle passeggiate che si traformavano spesso in monologhi di Aristèo. Aveva la testa piena di aspirazioni, programmi, progetti. Egli era certo che quella situazione, in quel momento sull’isola, fosse soltanto temporanea. Non era per nulla disposto a fare il pastore per tutta la vita. Artemisia lo ascoltava affascinata. I sogni di lui erano i suoi stessi sogni. Crebbe fra i due un legame molto forte, il quale, pero’, era un legame , per così dire, solo ‘in potenza’. In effetti nessuno dei due si accettava per quello che era in quel momento ed amava nell’altro quello che l’altro sarebbe diventato.
Nel frattempo i progetti di Aristèo erano da rinviare appena egli avrebbe messo da parte una somma di danaro tale che gli avrebbe permesso di partire per gli Stati Uniti. Voleva andare a vivere a New York, trovare un lavoro come contabile. Aveva sentito dire che lì si trovava lavoro molto facilmente ed, altrettanto facilmente, se si era dotati di gran forza di volonta’ e tenacia, si poteva fare una discreta fortuna. Lei Artemisia, l’avrebbe seguito quando la madre sarebbe morta. L’ambizione ed il carattere fermo, deciso e spartano di lui arrivava anche al cinismo. E lei l’amava e l’assecondava
anche in questo, anche se si addolorava di intravedere in lui una persona che considerava le persone, anche le piu’ care, come pedine da rimuovere, prima o poi, da un quadrante di scacchi.
Intanto gli anni passarono, ne trascorsero tre. Oramai Artemisia aveva vent’anni e Aristeo ne aveva gia’ compiuti ventisei.
Fu fatale quindi che l’istinto sessuale prese il sopravvento fra i due.
Artemisia che era testimone delle sofferenze e dell’impazienza di lui. Così decise di concedersi a lui.
I due avevano preso l’abitudine di amoreggiare in una caletta isolata, piccolissima, che essi erano soliti raggiungere con una piccola barca. Tale piccolissima spiaggia era coronata ai due lati da scogli. Ed ivi v’era anche un grande scoglio piatto che era l’ideale per stendersi e guardare il cielo che si tingeva gradatamente di rosa e poi di rosso misto al celeste e poi d’azzurro scuro al tramonto ed al crepuscolo.
Artemisia era solita guardare il fondale, in avanti, sporgendosi in ginocchio o distesa, verso il mare, che a quelle ore solitamente si calmava ed interrompeva il frangersi delle onde, che invece avveniva durante le ore di sole alto. Vedeva il suo viso ed il suo petto rispecchiarsi nel mare ed immaginare il futuro con il giovane che amava. In quei momenti sognava proprio ad occhi aperti. Vedeva i grattacieli di New York, la vita vivace e moderna in quella grande citta’. Vedeva Aristèo in giacca e cravatta che lavorava in un ufficio situato in chissa’quale piano di quegli alti edifici che tante volte le aveva descritto lui. Si vedeva passaggiare in quelle grandi strade, piene di automobili e di negozi tutti illuminati.
Una sera, mentre ella era intenta a guardare il mare, la sua immagine riflessa sulla sua superficie ed a sognare il suo futuro accanto ad Aristèo, questi fu infiammato dalla visione delle gambe e delle cosce di lei, mentre le era disteso accanto, all’altezza dei piedi di lei. Allora non ce la fece piu’, le abbasso’ le mutandine e la penetro’ con dolce violenza da dietro.
Da allora furono molti i crepuscoli che li videro consumare l’amore fisico in quella posizione , che piaceva all’uno ed all’altra, anche se per motivazioni diverse.
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Com’era prevedibile, dopo qualche mese Artemisia rimase incinta.
Non fu una sorpresa per ambedue. E, considerato il fatto che essi facevano sul serio e che Aristèo era fondamentalmente onesto e credeva fermamente nel ‘grattacielo’ di pensieri e programmi che aveva in testa, decisero di sposarsi subito, prima che la gravidanza divenisse evidente visivamente.
Il matrimonio fu celebrato nella chiesetta che abbiamo descritto e fu proprio una bella cerimonia. Fu suonato l’organo ed i due banchettarono, con amici e parenti a casa di lui.
Passarono i mesi ed Artemisia diede alla luce un bel bambino che ella chiamo’ Aggelos.
Intanto Aristèo febbrilmente metteva da parte i soldi per la sua partenza. Egli sarebbe partito per gli Stati Uniti per primo. Si sarebbe ambientato lì, avrebbe cercato e trovato un lavoro e poi avrebbe inviato i soldi guadagnati ad Artemisia affinche’ lo seguisse negli Stati Uniti. Il bimbo avrebbe dovuto avere al meno due anni per poter affrontare un viaggio in nave così lungo. Artemisia accetto’ il programma di lui, come faceva sempre. Aristèo, accumulati i soldi, lascio’ il gregge al padre, il quale , anziano ed ammalato, si traferi’ a casa di Artemisia. Così ella dovette badare a molti animali, pecore e capre che, essendo numerosi, fornivano un buon guadagno. Ma dovette far costruire altre due stanzette a casa sua, per ospitare il vecchio padre di Aristèo. Ed ebbe un bel da fare a crescere il bimbo da poco nato, badare ai due allevamenti, di pecore e capre, ed. insieme assistere i due vecchi: la madre di lei ed il padre di lui. Si organizzo’ perche’ assoldo’ una donna anziana del paese che badasse al bimbo ed ai due anziani, mentre lei lavorava.
Avrebbe dovuto passare del tempo perche’ ella potesse coronare il sogno di ricongiungersi ad Aristèo che da Atene aveva raggiunto New York. Il bimbo avrebbe dovuto avere almeno due anni e, soprattutto, bisognava aspettare fin quando i due anziani fossero ancora in vita.
Così iniziarono passare i mesi. Aristèo le scriveva ed ella, analfabeta, si faceva leggere le sue lettere in paese. Aristèo era riuscito a trovare un lavoro come aiuto contabile in una impresa al porto di New York e riferiva che, da risparmiatore e programmatore qual’ era, metteva i soldi da parte per potersi comperare un ‘buco’ tutto suo dove abitare.
Artemisia aveva nostalgia del suo scoglio e delle serate d’amore con Aristèo. Ma non poteva concedersi simili debolezze, con tanta responsabilita’ che le era caduta addosso. Anche se ella, responsabile e forte, faceva fronte egregiamente ai suoi doveri.
Il bimbo crebbe, supero’ i due anni, ma i due anziani , pur peggiorando le loro condizioni di autosufficienza, erano e restavano ancora vivi. Pertanto ella rimaneva ancorata a quell’isola.
Le lettere di Aristèo arrivavano periodicamente ed egli riferiva dei suoi progressi sul lavoro.
Ma le sue lettere erano divenute oramai un po’ un’abitudine, perche’ egli riportava un diario di vita che perdeva sempre piu’ il sapore dell’amore che egli aveva dimostrato in passato per Artemisia. Quasi che lui se ne stesse facendo una ragione che i tempi si allungassero inesorabilmente senza poter programmare piu’ alcunché all’infuori di fantasie, peraltro sempre piu’ prive d’entusiasmo.
Aggelos aveva gia’ compiuto i quattro anni ed il resto della situazione stagnava, compreso il lavoro che, con l’attivita’ d’allevamento, forniva costantemente, ma senza miglioramenti, i proventi necessari alla sopravvivenza.
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Artemisia rispondeva alle lettere di Aristèo dettandole ad un’amica ed un giorno le venne in mente di mettere alla prova la sincerita’ di lui. In una lettera gli scrisse questa frase: ‘Sei proprio sicuro di continuare a vivere da solo? Sei proprio sicuro che tu non ti sia trovato un’altra donna? Oramai hai superato i trent’anni e so che significa per un uomo di trent’anni continuare a vivere da solo in una citta’ così grande come New York, con tutte le tentazioni che una simile metropoli offre.’.
Aristèo non rispose a quella domanda, nelle lettere che seguirono. Allora Artemisia capì e non gliela rivolse piu’.
Poi, dopo circa un anno Aristèo non le scrisse piu’. E , trascorsi sei mesi, Artemisia si rassegno’ definitivamente. La madre ed il suocero, oramai molto vecchi, non avevano per lei piu’ un significato di evento ‘a termine’.
Quello che era stato in passato il giovane pastore Mikis aveva perso anche il padre ed era rimasto solo. Era stato molto capace nel lavoro ed oramai possedeva un gregge di pecore molto numeroso. Aveva intrapreso un commercio di latte e derivati con una cittadina della costa ed era riuscito a mettere su una discreta attivita’ commerciale. Ma era rimasto celibe e, negli sguardi, che spesso rivolgeva ad Artemnisia allorquando essi si incrociavano nel viottolo che conduceva al vicino centro abitato, tradiva come ancora presente, e senza riguardo o vergogna, il vecchio desiderio che egli aveva nutrito per lei.
Così, il bisogno di una compagnia, la necessita’ di avere un uomo vicino, il peso troppo oneroso che da troppi anni lei portava sulle spalle e nella mente, la convinsero a cedere alle intenzioni di Mikis . Ed ella si decise a trovare in questi il vero compagno della sua vita. Vita che evidentemente, il suo destino, le riservava ineluttabilmente su quell’isola.
Artemisia ando’ a vivere nella grande casa di Mikis e ricomincio’ a godere delle esperienze amorose sullo scoglio che ritrovo’ sempre lì in quella caletta, di cui aveva conservato il ricordo. Dovette rassegnarsi ad una vita agiata , ma senza amore, all’infuori dell’amore fisico che Mikis le propinava con passione e, spesso, purtroppo con una violenza che tradiva la rabbia di lui, mai sopita e che non sparì mai del tutto, di non averla avuta per la prima volta.
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RACCONTO (SETTEMBRE 2008)
Sabatino DI FILIPPO (AUTORE)
LA SIGNORA CHE ODIAVA I GIARDINI DEL LUNGOMARE (TITOLO)
Anna Andreoni, sposata Tarquini, era una signora sui quarant’anni, o poco meno, che faceva la casalinga ed aveva due spendidi figli, di 17 e 15 anni, che studiavano da liceali. Ed un marito, di quasi 50 anni, che faceva il funzionario di banca. Una famiglia come tante, costretta a sacrifici comuni ad un qualsiasi tipo di famiglia piccolo-borghese, ma in cui regnava la tranquillita’.
Anche se ella era un tipo che parlava pochissimo.
L’equilibrio con suo marito si basava su di una divisione dei compiti. Dato che lei aveva un carattere forte, freddo e deciso, dettava legge sull’educazione dei figli e sulla conduzione della casa. Il marito si limitava a programmare ed a delineare, per sommi capi, quelli che potevano essere i progressi graduali della famiglia e, da buon bancario, era bravo a bilanciare ed a controllare le entrate e le uscite finanziarie.
Anna appariva come un tipo alieno dai facili commozioni e/ sentimentalismi , ne’ sembrava proprio una donna che si abbandonasse a ricordi o a ripensamenti. Aveva uno stile quasi teutonico, che la proteggeva, al riguardo, da eventuali debolezze che l’intero assetto della famiglia, a parere, sia suo , che del marito, non si poteva permettere.
Anche negli atteggiamenti esteriori era intransigente, sia con i figli, sia con il marito, sia con gli estranei.
Ma nel fondo delle sue pupille un buon osservatore avrebbe potuto cogliere che non era stata sempre così. O che, per lo meno, quel comportamento era una reazione acquisita, necessaria quanto si voleva per il bene della famiglia, ma che ella si imponeva con inflessibile ed impenetrabile modo d’agire. Insomma esso non era un tratto caratteriale connaturato alla donna. Quindi un buon osservatore dell’animo umano avrebbe intuito che, dentro di lei, la donna era, evidentemente, stata costretta a soffrire per il passato, ed in alcuni momenti non poco, e da sola.
Ma poi l’abitudine e la sua notevole forza di volonta’, associata ad un carattere molto forte ed imperioso, avevano preso il sopravvento. Ed , oramai, da molti anni, ella era talmente abituata a tale ‘facciata’, che le ci si era affezionata. Anche perche’ la sua pace e la sua sicurezza l’aveva trovata in quel suo ‘modus vivendi’.
Abitavano in una cittadina della Liguria che affaccia sul mare e non è priva di bei giardini, di solito ben curati dall’Amministrazione Comunale. Lei era nata in quella cittadina. Il marito, invece, era nato in una cittadina del Lazio. Vi era stato trasferito in Liguria, dalla banca in cui lavorava, all’eta’ di 23 anni. E, conosciuta l’attuale moglie, si era subito sposato con lei , dopo un fidanzamento di poco piu’ di un anno.
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Su di lui aveva fatto colpo il modo di fare composto e serio della donna, il quale certamente non gli avrebbe mai, a suo pensare, dato problemi di ordine sentimentale. Problemi che lui, da buon ragioniere, non avrebbe mai capito e che, anzi, addirittura aborriva. Era un uomo semplice e, come si dice, ‘tutto d’un pezzo’. E tale habitus gli derivava, molto probabilmente, dall’educazione che aveva ricevuto da un padre che era stato addirittura Colonnello dell’Arma dei Carabinieri. Cosa di cui egli andava enormemente fiero.
La signora Anna accettava di buon grado di trascorrere le giornate del Sabato col marito a cinema, a far passeggiate con l’auto lungo la costa, ad andare a teatro, a fare dello shopping in centro.
Ma aveva una vera idiosincrasia per i giardini pubblici, in particolare per quelli presenti sul lungomare, proprio davanti alla lunga strada, delimitata da una fila di alte e possenti palme, che poi, alla fine , giunge alla diramazione stradale per auto che indirizza verso ‘Le Cinque Terre’.
Il marito oramai si era abituato ai questa sua intransigenza ostile nei confronti di quel lungomare pieno di palme e di aiuole e non le proponeva mai, da quando la conosceva, alcuna passeggiata lì. Anzi, quando insieme, in auto, avrebbero dovuto passare lungo quest’ultima lunga strada, egli faceva una lunga digressione per evitare di percorrerla.Per accontentare la moglie.
Non aveva mai chiesto insistentemente alla moglie il perche’di questa forte antipatia di lei per quei giardini. Anche perche’ quest’ultima, se glielo si chiedeva, rispondeva, visibilmente irritata, anzi fortemente contrariata, che quel posto non le era mai piaciuto, ‘punto e basta’!’.
Il motivo di questa stranezza di Anna c’era. E come!
E cio’ costituisce il vero triste ed amaro contenuto di questo racconto.
E’ singolare il fatto che molti di noi sono costretti ., per tutta una vita, a nascondere degli episodi o dei fatti di cui non hanno avuto alcuna colpa o responsabilita’. Ma che finiscono con l’essere un loro segreto cui, dopo tanti anni, si affezionano, forse appunto perche’ tali fatti finiscono con dare la prova che ognuno di noi è capace di soffrire in silenzio per anni. E cio’ fornisce a noi stessi la prova della nostra forza. Quella forza che ci aiutera’ poi, nell’arco di un’intera esistenza, a farci superare le prove piu’ difficili. E’ come se ognuno di noi si convincesse che il destino ci sottopone ad una di quelle prime, tremende prove, per farci superare e vincere ‘la prova del fuoco’ che ci fara’ da scudo per tutto il resto della nostra esistenza.
Dunque, quando Anna aveva vent’anni aveva un fidanzato, che era nato ed abitava a Genova. Ivi frequentava il secondo anno della facolta’ di Giurisprudenza. Aveva 22 anni e veniva a trovarla ogni sabato pomeriggio nella sua cittadina.
Loro due amavano trascorrere tutti i loro pomeriggi di Sabato, fino a sera inoltrata, proprio sul lungomare con la fila di palme alte e possenti. Lungomare poi, negli anni seguenti tanto odiato per sempre da Anna.
Egli giungeva da Genova con la sua utilitaria. Avevano l’abitudine di restare seduti per ore sulle panchine all’ombra delle palme a sognare, a programmare, a fantasticare, ad amoreggiare, come fanno tutti i fidanzati ‘per bene’.
Adoravano ambedue i fiori. Anzi, si erano permessi, in un’aiuola, di piantare ai quattro lati, intorno al tronco di una delle palme, quattro piantine, che col passare del tempo divennero
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grandi e rigogliose. E cio’ per avere un angolo della citta’ che avrebbe conservato per sempre i loro ricordi piu’ dolci. Una piantia era di gardenie, per il profumo conturbante che emanano; un’altra era di camelie, segno dell’equilibrio e dell’eleganza che dovevano imporsi; un’altra ancora era di gelsomini, per tenere lontano il male; ed, infine, l’ultima era di rose rosse, segno dell’amore e della passione forte che li univa.
I giardinieri del Comune, visto che le piantine stavano proprio bene sotto quella palma, le lasciarono, anche in virtu’ del fatto che crescevano che era una meraviglia.
Non vale neanche la pena di ricordare il nome del fidanzato.
Quando giugneva la sera, poco prima delle 21 , egli stendeva il sedile accanto a quello di guida per abbracciare meglio e per far l’amore piu’ comodo con Anna. Alle 22 si salutavano e, mentre ella rientrava a casa, egli ritornava a Genova a casa sua.
Passarono circa due anni e lui non era lontano dalla laurea, quando accadde un fatto atroce, che lascio’ come un marchio indelibile nell’animo , nella mente e soprattutto nella psiche della povera Anna.
Una sera i due amoreggiavano appassionatamente, nell’auto di lui, in una rientranza del marciapiedi, proprio con il muso dell’auto posto a meno di due metri dalla ‘loro’ pianta di rose, posta ai piedi della grande palma. Erano quasi le 23 e s’era fatto tardi. Anna avrebbe dovuto tornare a casa. Ma la sensualita’ era molto forte e l’incanto era difficile ad interrompere. Era di Febbraio. I vertri dell’auto erano appannati. Le sicure degli sportelli erano state dimenticate aperte dalla frenesia di lui..
Due giovani delinquentelli si attardavano a fare i guardoni, sbirciando dal parabrezza le gambe di lei, aperte, che accoglievano l’addome ed il bacino di lui, che arrancava in in crescendo di baci e carezze.
Poi i due passarono all’azione. Uno , fulmineamente, apri’ lo sportello del guidatore e si sedette subito, puntando alla tempia destra dell’amante di Anna la punta di una vecchia pistola, lucidata per la serata. Lo afferro’ per la collottola e, quasi strozzandolo, lo tiro’ indietro e lo sollevo’, trascinandolo, dal corpo della ragazza su cui era disteso a pancia in giu’. L’altro apri’ subito lo sportello adiacente a lei che era ancora distesa con gli arti inferiori semi aperti e le si sdraio’ immediatamente sopra a pancia in giu’ , aprendosi i pantaloni sul davanti.
Tutto si svolse con una rapidita’ed una coordinazione incredibili. I due erano a volto scoperto. Quello con la pistola intimo’: ‘Non una sola parola altrimenti il cervello di questo diventa una poltiglia!’.
Il cosiddetto fidanzato di Anna, incurante di cio’ che ella stava sopportando, piagnucolando supplicava quello con la pistola di lasciarlo andare e che non avrebbe detto niente a nessuno. ‘Fermo’, disse quello cui si rivolgeva. ‘Adesso guardi, senti e stai buono buono per qualche minuto. Poi ti lasceremo andare. Anna era immobilizzata dal suo terrore. I due si diedero il cambio, con accortezza, dopo una diecina di minuti. Poi andarono via come un lampo. Lasciando Anna in un
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mare di lacrime senza singhiozzi. Il suo ‘fidanzato’ erta scappato via subito dopo i due malviventi, richiudendo lo sportello vicino al posto di guida.
Ad Anna le ci vollero almeno venti minuti per ricomporsi e riaversi alla meglio dallo shock. Scese dall’auto. Non c’era nessuno intorno. La serata era pungente per il freddo intenso. Si infilo’ il cappotto e si diresse, dolorante, verso casa.
Aveva voglia di vomitare tutta sé stessa ad ogni passo. Del suo ‘fidanzato’ nessuna traccia. Dopo essere rientrata in casa riusci’ a recarsi subito, furtivamente, in bagno per lavarsi, riprendersi ed assumere un atteggiamento ‘normale’.
Poi si pettino’ accuratamente i capelli e si presento’ in cucina dalla madre che l’aspettava. Le invento’ una frottola: il film che aveva visto era finito tardi. Tenne sempre lo sguardo basso.
Il pomeriggio successivo Anna torno’ sul luogo dell’accaduto.
Dell’auto di lui nessuna traccia: egli non si fece piu’ vivo con Anna per il resto della sua esistenza. A proposito: Anna trovo’ che la pianta di rose era stata schiacciata e spezzata irrimediabilmente dal copertone di un’auto, che in manovra, evidentemente era salita sul marciapiedi ed aveva invaso l’aiuola.
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RACCONTO
Sabatino DI FILIPPO (AUTORE)
OCCHIALI NERI (TITOLO)
Giangiacomo era arrivato relativamente presto, quel giorno, a casa di Giovanni, un suo amico che trascorreva i giorni d’Agosto in una villetta ereditata dai suoi sulla costiera jonica a meta’ strada tra lo Stretto di Messina e Crotone.
Giovanni aveva man mano stretto amicizia con Giangiacomo in quanto questi era correntista presso la banca del capoluogo di provincia dove ambedue lavoravano e vivevano. Erano anni che fra i due era nata una sincera simpatia ,che vieppiu’ era lealmente aumentata ogni qual volta Giangiacomo si recava in banca per un’operazione.
Negli ultimi mesi di una Primavera dei giorni nostri Giovanni si era accorto che la abituale cordialita’ dell’amico-conoscente s’era velata di un atteggiamento triste, preoccupato e che, in alcuni casi, lasciava trasparire una certa depressione.
Venne l’Estate. Ambedue avrebbero preso le ferie nella seconda meta’ di Agosto.
Fu lo stesso Giangiacomo che nutrì veri affetto e riconoscenza per il continuo interessamento del bancario nei suoi confronti, non ingiustificato perche’ il protagonista di questo racconto era in procinto di formalizzare la separazione da sua moglie (che ormai si profilava definitiva e foriera di divorzio vero e proprio). Decise quindi di tentare di poter vedere l’amico fuori del posto di lavoro.
Giangiacomo era un ingegnere informatico ed aveva lavorato piu’di una volta nella banca dell’amico.
‘Dove vai a fare i bagni quest’anno?’ Oso’ chiedergli un giorno. ‘Io, mia moglie ed i miei due figli andiamo in una casetta, molto vicina alla spiaggia a circa venti chilometri da qui’, rispose Giovanni. La banca era situata alle falde della collina dove si situava la loro citta’ e non si trovava lontana dall’abitazione di Giangiacomo, il quale, da oramai tre anni viveva da solo e, forse, sarebbe rimasto da solo per il resto della sua vita. Aveva superato da poco i 50 anni e non aveva alcuna voglia di correre dietro alle donne che frequentemente gli presentavano molti amici per farlo distrarre.
‘D’accordo, Giangiacomo, sentiamoci dopodomani, venerdì, e vediamo un po’ se possiamo cenare insieme il giorno dopo, Sabato. Poi sara’ Domenica e potro’ attardarmi in mattinata a letto poiche’ non dovro’ lavorare. Quindi potremo far tardi e goderci la serata’., gli rispose Giovanni.
Gingiacomo si presento’ con tre bottiglie di prosecco di varie marche e con del pesce fresco, comprato in un supermercato, che avrebbero potuto cuocere arrosto nel piccolo forno che Giovanni aveva nel giardino.
Fu una bella serata. La moglie di Giovanni fu piena di premure nei confronti dell’amico del marito. E si mangio’ e si bevve in abbondanza come si fa con gli amici fraterni, in pieno stato di rilassatezza.
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Giangiacomo dovette sperare, al ritorno, affinche’ la Polizia Stradale non lo fermasse e lo obbligasse alla prova del palloncino per il tasso alcoolico. Altrimenti, con tutta probabilita’, quella sera l’avrebbero messo ‘al fresco’. Ma era felice perche’ la Domenica successiva non l’avrebbe trascorsa da solo perche’ Giovanni l’invito’ a tornare all’indomani presto al mattino per trascorrere insieme tutta la giornata sulla spiaggia.
Giangiacomo , il mattino dopo, gia’alle otto giunse alla casa marittima dell’amico.
Presero ombrellone, acqua, colazioni e la canna da pesca dell’amico e si recarono sulla riva del mare. Giovanni inizio’ i lanci con la sua lenza e dopo un paio d’ore, nonostante il relativo deserto sulla spiaggia a quelle ore, riusci’ a far abboccare all’amo soltanto due pesci che , insieme, non giungevano ai duecento grammi di peso.
La spiaggia cominciava a popolarsi di bagnanti. Giovanni fu costretto a riporre la sua lenza: troppa gente intorno a loro.
Quattro ombrelloni sulla loro destra. Il quinto ospitava gia’ un gruppetto di persone: una signora anziana seduta sulla sua seggiolina pieghevole, un bambino di circa otto anni con la, presumibile, madre che badava a lui e suo marito che leggeva il giornale disteso su di una sdraio al sole. V’era anche una terza donna sui trent’anni: si capiva che doveva essere la sorella minore della madre del bambino. Infine una quinta donna, la quale calamito’ da subito l’attenzione di Giangiacomo perche’ gli apparve , appena la vide, una donna affascinante, anche se, ad una prima occhiata non aveva nulla di particolare per poter dimostrare un fascino , quale quello che aveva elicitato in Giangiacomo.
Questa donna non aveva un costume da bagno, almeno così sembrava.
Aveva infatti indosso un abito di colore nero. Qualcosa di leggero, molto simile ad un copricostume, ma piu’ accollato e piu’ , come dire, ‘vestente’, con un disegno di un gioco di piccoli fronzoli argentati sul petto, di poco scoperto sopra il seno. Era seduta su di un telo da mare, con l’arto inferiore destro disteso e quello sinistro col ginocchio ripiegato e su cui poggiava ambedue le mani in atteggiamento fra il rilassato e lo sciatto.
La sua carnagione era bianchissima. Non aveva preso sole ancora quell’anno. Ma il suo modo di muoversi aveva qualcosa di molto signorile che incanto’ Giangiacomo. Completava il suo abbigliamento un paio d’occhiali neri, ampi, che dovevano , con tutta probabilita’, essere anche da vista, oltre che da sole. Nascondevano di certo grandi occhi dallo sguardo aperto ed insieme soave e vivo. Aveva un atteggiamento particolare quando si rivolgeva a qualcuno per parlare: sembrava che non gli guardasse mai in faccia. E questo le dava, agli occhi di Giangiacomo, un’aria a meta’ fra lo snob e l’elegante, come se mostrasse una certa ritrosia o una sorta di delicatezza nei modi. La sua fronte era ampia; il suo sorriso aperto e solare e l’ovale del viso era ampio e bello. I suoi zigomi erano pronunciati al punto giusto per dare al suo volto un qualcosa di particolarmente sensuale. Sorrideva spesso. I suoi capelli castano scuro e lisci, era costretta spesso a riavviarseli perche’ mossi dal vento caldo. Le sue labbra erano carnose ed ampie, dall’armonioso disegno, che scopriva denti regolari e bianchi che illuminavano vieppiu’ i suoi sorrisi. Il suo naso, non piccolo, ma ben squadrato, forniva un tono giusto al viso.
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Doveva essere una donna di discreta altezza: vicina al metro e settanta. E di certo non era un ‘peso piuma’. Il suo seno era abbodante, anche se. in certo qual modo, contenuto nelle proporzioni; gli arti inferiori non magri, ma ella li muoveva con particolare eleganza, eleganza che traspariva nettamente, secondo Giangiacomo, da tutta la sua figura. Seduta com’era si vedevano le sue cosce, bianchissime anch’esse e piuttosto pienotte, ma ben proporzionate e di un disegno molto invitante. I piedi erano asciutti e sottili, come le mani, lunghe , assottigliate e leggiadre.
Si intravedeva una mutandina bianca che faceva capolino, a momenti, quando muoveva saltuariamente, lateramente, l’unico arto flesso da sotto la gonna, aperta davanti in basso con bottoni sbottonati.
L’impressione che ebbe subito Giangiacomo fu di una donna che doveva apparire come l’immagine della gioia di vivere, tanto sembrava una figura aperta, solare, sorridente e gioiosa.
E poi il mistero che si nascondeva dietro a quegli occhiali neri sapeva di un fascino di cui a Giangiacomo sembrava di sentire gia’ l’odore inebriante. L’attrazione sessuale che provava per lei era irresistibile. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per conoscerla.
Giovanni s’accorse del particolare interessamento dell’amico per quella donna e rimase colpito di come la visione di quella donna avesse tanto trasformato Giangiacomo.
Si adopero’ subito, nei giorni seguenti, a cercare di conoscere la famiglia cui quella donna apparteneva,. Di certo doveva abitare nelle vicinanze della sua casa. Avrebbe chiesto agli amici che aveva nel luogo, al proprietario del lido-bar-discoteca piu’ vicino, ai vari factotum della zona. Insomma avrebbe identificato la casa e la famiglia della donna perche’ aveva visto la felice trasformazione del volto e dell’umore di Giangiacomo, quando questi parlava della donna ed, ancor di piu’, allorquando questi la vedeva.
Perche’ nei giorni successivi la donna, puntuale, era sotto quell’ombrellone, sulla loro destra, a circa venti metri da loro.
Anzi i due amici, un giorno, cercarono di seguirla, a dovuta distanza, allorquando la donna, con la famiglia tornava a casa dal mare. Ed, in tale occasione osservarono che lei, allorquando camminava con i suoi parenti (evidentemente dovevano essere suoi parenti le persone presenti sotto l’ombrellone che prima abbiamo descritto) aveva l’abitudine di andare a braccetto della madre del bambino o dell’altra sua sorella, da un lato, e di un altro componente della famiglia, dall’altro lato. Doveva essere un vezzo che dimostrava evidentemente l’indole innocentemente affettuosa della donna. Insomma scoprirono qual’era la casa dove la donna abitava: si trovava a circa duecento metri sulla destra del cancello della casa di Giovanni, uscendo da essa.
Giangiacomo , da parte sua, non poteva non rivolgere tutti i suoi pensieri alla donna, di notte e di giorno. E la frequentazione del suo amico Giovanni, quella settimana, fu assidua proprio in ragione di poter vedere, piu’ spesso che possibile, l’affascinante e misteriosa donna dai grandi occhiali neri, occhiali che lei non toglieva mai.
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Giovanni riuscì a rintracciare un conoscente della famiglia della donna (questi aveva dovuto risolvere l’anno prima il problema della bombola del gas che era terminata in quella casa, e quindi era rimasto in certo contatto con la donna col bambino. Quasi certamente, coe gia’detto, la donna dagli occhiali neri doveva essere un’altra sorella della madre del bambino di cui sopra. Sta di fatto che un pomeriggio Giovanni fece venire a casa sua questo conoscente. Tale persona, un vecchio proprietario di un lido nelle vicinanze, non sapeva molto della donna ne’ della sua famiglia. Sapeva soltanto l’ubicazione della casa della donna in oggetto.
Questi si offerse di fingere di passeggiare con loro due, alla sera, verso casa della donna allo scopo di far avvicinare la donna all’amico di Giovanni, il quale s’era inequivocabilmente invaghito di lei. Così quella sera si avvicinarono in tre a quell’abitazione: una villetta non lontano dalla spiaggia come tante altre in quel luogo.
Furono fortunati. La donna in questione era seduta sul muretto d cinta della casa, da sola, mentre il resto della famiglia si trovava a meta’ nel giardino, a meta’ nell’abitazione, per preparare la cena ed allestire il desco sotto un albero del giardino.
Giovanni ed il vecchio rimasero in disparte a distanza ed invitarono Giangiacomo a vincere le normali ritrosie del frangente, come di solito avviene in questi casi.
Giangiacomo s’avvicino’a non piu’ di cinque o sei metri dalla donna. Era vestita col solito vestito leggero e nero e con gli immancabili ampi occhiali neri sul naso. Egli le chiese subito: ‘ Scusi, signora, sono un amico di un tale che abita nelle vicinanze, un certo Giovanni Di Luca (questo era il cognome di Giovanni). E mi sono perso fra tutte queste abitazioni che sorgono alle spalle della spiaggia. Mi saprebbe indicare dove si trova casa sua se lo conosce?’. ‘Non conosco la persona di cui parla. Ma sara’ facile per lei individuare la sua casa: qui intorno si conoscono tutti. Io non abito in questa regione e son venuta qui solo pochi giorni a trascorrere alcuni giorni di mare.’. Aveva un’accento veneto, noto’subito Giangiacomo. E lui aprofitto’subito per cercare altre domande allo scopo di attacar discorso. Le chiese com’è che proprio dal Veneto lei era venuta lì a far le vacanze. Egli , pian piano s’avvicino’ un poco alla donna, incoraggiato dal suo tono cordiale, e s’accorse che ella, allorquando parlava con lui rivolgeva lo sguardo quasi fisso davanti a sé. Parlare con lei era ancora piu’ galvanizzante che vederla da lontano. L’aura di mistero era ancora piu’ forte. Il suo atteggiamento nel parlare era meraviglioso. La donna non portava la fede al dito.
Giangiacomo trovo’ altre scuse per continuare a parlare. E l’interlocutrice si dimostrava incoraggiante al riguardo. Finirono col parlare di cose che avevano a che fare con le loro condizioni nella vita. Egli si presento’, disse qual’era il suo lavoro e dove viveva. Ella gli disse tante cose, come capita quando ci si trova a parlare con uno sconosciuto che, pero’, mette a proprio agio per la signorilita’ ed il rispetto del modo di parlare.
Giangiacomo s’avvicino’ ancora a lei, a circa un metro o giu’ di lì, ed immediatamente, dalla fissita’ in avanti dello sguardo di lei, s’accorse che la donna era cieca. Infatti di lì a qualche secondo uscì dal cancello di casa una delle sue sorelle, la quale la prese per mano per condurla nel giardino a cenare. Ella saluto’ Giangiacomo con cordialita’, augurandosi di parlargli ancora nei giorni a venire, magari sulla spiaggia.
A voi che leggete il prosieguo della storia.
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RACCONTO
Sabatino DI FILIPPO (AUTORE)
UNA DONNA SOLA (TITOLO)
Ci sono tante donne ‘sole’. Immaginare un tipo di donna sola, e’ strano, ma riempie d’imbarazzo perche’ esistono mille ragioni perche’ una donna possa essere realmente o sentirsi sola.
Dunque, a parte queste considerazioni che sanno di qualunquismo, raccontiamo adesso della donna ‘sola’ cui mi riferisco.
Angela De Francesco abitava in una piccola ma ridente villetta ai margini della strada statale a circa mezzo chilometro prima del punto in cui essa si inerpicava verso la cittadina che sorgeva su di una collina situata tra due corsi torrentizi. Oramai il luogo dove sorgeva la sua casa era divenuto un vero e proprio quartiere della citta’ ed il clima, a dire il vero, ai piedi della citta’ vecchia ( accocuzzolata sulla collina) era molto piu’ salubre.
Questo le aveva permesso di crearsi negli anni un giardino ridente e dotato di tigli oramai alti che davano frescura e profumo d’Estate. Poi aveva fatto crescere diverse piante di gelsomino, poiche’ ricordava che sua madre le aveva spesso detto che le piante di gelsomino tengono lontana la sfortuna. E cio’ era una delle tante frasi che riempivano i ricordi che la rassicuravano e le facevano accettare la sua situazione nei momenti di sconforto. E quest’ultimo, vi assicuro, quando si affacciava nella sua mente, era pienamente giustificato.
Ma lei era una donna forte e molto religiosa e sapeva interpretare tutto secondo un programma che le assicurava che Dio ci pone sempre nelle condizioni che sono le migliori per ognuno di noi.
Angela era stata una donna sposata, aveva lavorato gran parte della sua vita, e lavorava ancora, presso l’ufficio del Catasto di una cittadina del Lazio, aveva avuto un figlio ma l’aveva perso perche’ Dio se l’era chiamato, quand’egli aveva ancora ventidue anni, in seguito ad una leucemia acuta che aveva stroncato la sua breve esistenza in appena sei mesi. Non aveva avuto altri figli perche’ Iddio non gliene aveva mandati altri.
Il marito era deceduto anche lui, all’eta’ di 58 anni per un’infarto di cuore, tre anni prima dell’epoca di cui raccontiamo. Ma lei non aveva ‘sentito’ molto la scomparsa del marito in quanto, in seguito alla morte del figlio, con il marito avevano condotto ognuno una esistenza per proprio conto. Come se la perdita del figlio avesse vanificato tutto il significato dell’unione che aveva avuto, fino alla morte del figlio, col suo coniuge. Avevano reagito così lei ed il marito: s’erano chiusi in se’ stessi ed avevano portato avanti il loro vivere aggrappandosi ai soli doveri del lavoro (il marito era stato impiegato alle Poste Italiane), e cio’ per esorcizzare il dolore della mancanza per sempre del loro unico figlio.
Era come se l’uno avesse visto nell’altra, e viceversa, il motivo o la ragione della morte del figlio. Spesso accade che, quando una sventura ci colpisce, nasce in noi il bisogno insopprimibile di trovare un perche’ a tanto dolore. Ed addirittura ci si trova a vedere nel destino del proprio prossimo piu’ vicino, e non nel proprio ( perche’ si finisce con
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difendere anche le responsabilita’ del proprio destino) la motivazione predestinata del dolore. Comunque era andata così.
Al momento in cui raccontiamo questa storia la donna aveva 56 anni. S’era pensionata e viveva da sola perche’ l’unica sua sorella aveva vissuto da giovane in Argentina, perche’ era emigrata lì da giovane sposando un argentino.
La cittadina in cui viveva non offriva molte distrazioni, e, d’altra parte era lei stessa che, un po’ per carattere, un po’ per abitudine, amava condurre le giornate in solitudine. Ma era un gran lettrice. Le piacevano i romanzi, anche e soprattutto, quelli, per così dire, ‘impegnati’. Così, negli anni, aveva accumulato una cultura non comune nell’ambito della letteratura mondiale. Inoltre era stata, in gioventu’, molto amante del cinema ed aveva una memoria di ferro. Quindi ricordava tutto di quanto aveva letto e visto.
Anzi si poteva dire, senza tema di errore, che, dalla morte del figlio, pur se ella era ancora relativamente giovane, amava vivere di ricordi. In essi ritrovava gli spunti di una vita diversa da quella che realmente aveva fatto. Spunti di una vita che, in alcuni periodi, credeva sul serio d’aver vissuto. No, non era un’alienata. Era soltanto una donna che tentava di dare alla sua esistenza una significazione ricca ed entusiasmante, e non soltanto banalmente e crudelmente triste com’era avvenuto nella realta’.
In questo l’aiutava la capacita’ di sognare ad occhi aperti ch’ella aveva sempre avuto.
Da quando viveva sola Angela trovava la forza di continuare a vivere in , per così dire, una doppia vita. Una vita era quella che viveva per gli altri, essa cioe’ riguardava: il lavoro che ella aveva continuato e continuava a svolgere col solito impegno e con lo scrupolo e la dedizione che erano peculiari del suo carattere; i conoscenti; le bollette da pagare; insomma tutti gli obblighi cui doveva far fronte per continuare ad esistere. L’altra vita era la sua ‘vera’ vita, quella interiore. Cioe’ aveva imparato, e ci era riuscita, a costruirsi un mondo tutto suo, fatto di fantasie, sogni, desideri E immaginazioni meravigliose.
Cioe’ questa ‘sua’ vita, tutta e soltanto sua, era fatta di pensieri che ella considerava la effettiva, anche se di fatto virtuale, realizzazione interiore di tutto cio’ che non aveva potuto realizzare nella sua esistenza, di tutto cio’ che le era fallito da quando era bambina. E, con l’aiuto di Dio, era certa che questa vera vita potesse, pian piano, essere da lei vissuta in tutta pienezza nel segreto del suo io.
E riteneva che questa vita si stesse realizzando sul serio. Forse stava perdendo il ben dell’intelletto, e questo timore in effetti, alcune volte, si affacciava ogni tanto nella sua mente. Ma cio’ non sembrava proprio fosse così, perche’ ella si comportava, nella sua societa’, in maniera del tutto normale.
Questa vera vita era popolata da facce, persone, personaggi, convinzioni, accadimenti che la rendevano felice e finalmente soddisfatta. Anzi, a dire il vero, in lei stavano gradualmente dileguandosi le paure, le insicurezze, le abituali e croniche sofferenze interiori, alla sopportazione delle quali era stata abituata al punto tale che, fino a poco tempo prima, s’era convinta definitivamente che la sua esistenza fosse scontatamente infelice, o, per meglio dire, incompleta.
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A questo punto della nostra storia dobbiamo precisare un particolare della figura della donna, particolare fondamentale per poter capire ‘l’escalation’ psichica’ che l’aveva portata a costruirsi questa vita che ella non esitava a definire, nei suoi oramai abituali pensieri solitari, ‘splendida’. Ci riferiamo al fatto che, dopo la morte del figlio, Angela s’era avvicinata molto alla Fede Cristiana. Era stata abituata dalla madre, sin da piccola, ad una Fede, per cosi’ dire, ‘all’acqua di rose’. Cioe’ ad una professione di Fede alla religione Cristiana che aveva molto di formale e ben poco di sostanziale. Era appartenuta ad una famiglia discretamente numerosa. Aveva avuto tre fratelli e due sorelle, i quali pero’, una volta cresciuti (ella era stata l’ultima della ‘nidiata’), erano tutti emigrati in America, in parte negli Stati Uniti, in parte nel Cile e nell’Argentina, con i quali aveva man mano perso dei veri contatti affettivi (ecco, anche, perche’ era rimasta ‘sola’). Pertanto la madre non aveva avuto la forza, il tempo e la possibilita’ di avviare Angela verso una educazione catechetica degna di questo nome, presa com’era stata ad aiutare il marito a crescere la numerosa prole, arrangiandosi, la poverina, in lavori, spesso umili, che avevano aiutato il marito ad arrotondare i guadagni, sempre troppo limitati, per dare all’intera famiglia, un benessere pieno e senza preoccupazioni.
Sta di fatto che il dolore per la perdita dell’unico figlio era stato determinante nel farle approfondire le sue conoscenze religiose cristiane, e per avviarla, finalmente, al cammino cristiano vero e proprio. C’erano voluti circa sei anni per fare di lei un’aspirante cristiana sincera e convinta.
Quindi così ci possiamo spiegare come a questo ‘stato di grazia’ Angela era arrivata ( ella ne era fermamente convinta) , attraverso preghiere assidue che aveva rivolto, spesso piangendo nella solitudine del suo letto, sia d’Inverno che d’Estate, direttamente al Signore ed alla Vergine Maria, oltre che e soprattutto, ai suoi Santi ‘preferiti’. Questi ultimi erano costituiti da Sant’Agostino, San Filippo Neri e Sant’Antonio ‘il grande’ (per intenderci: il fondatore del cristianesimo eremita copto d’Alessandria d’Egitto).
Il momento piu’ bello della sua giornata era alla sera, quando andava a letto, poiche’ ella aveva preso , molto spesso, a sognare, nel vero senso della parola, di rivedere persone che appartenevano al suo passato.
Anche persone che le avevano fatto del male popolavano questi suoi sogni. Ma esse non avevano piu’ le caratteristiche meschine e cattive che erano state all’origine del male che Angela aveva dovuto sopportare da loro. Apparivano a lei piu’ che amiche, affettuose e le davano consigli o indicazioni, che ella poi seguiva nella realta’. Riscontrando che tali indicazioni si dimostravano puntualmente miracolose per mantenere il suo stato di serenita’ e per risolvere i vari piccoli e grandi problemi che le si presentavano nella sua normale vita di relazione.
Inoltre sognava spesso, vedendolI quasi in carne ed ossa, tutti i suoi ‘miti’ dell’adolescenza e della gioventu’. Riusciva addirittura a scambiare parole, ad esempio con scrittori famosi, grandi attori del passato, registi che avevano fatto storia, persone ‘importanti’ che lei aveva potuto vedere anche, in occasioni particolari, dal vivo dal vivo in passato. Nei sogni aveva la netta sensazione di conoscere sul serio tutti questi personaggi dei quali ella aveva la certezza , ovviamente, che erano realmente vissuti nel passato.
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Era una vera e sana goduria il fatto che, negli appuntamenti notturni , durante il sonno, ella poteva come assistere a queste scene in cui tutti si dimostravano affettuosi, confidenziali e comprensivi con lei.
Venne una sera che Angela era proprio ben disposta verso la vita che conduceva e si trovava in un vero stato di grazia.
Dopo aver cenato in misura e modo leggeri, dopo aver recitato le preghiere della sera, ando’ a letto.
Quella notte fece il sogno piu’ bello della sua vita.
* * *
Si trovava in un grande teatro, piuttosto moderno, con un enorme palcoscenico. Le luci erano ancora tutte accese e si sentivano, come provenienti da dietro le quinte, rumori come di prove d’orchestra. Ella vedeva tutto dal fondo del teatro a piano terra. La sala era gremita in ogni suo posto. Inizio’ a camminare lentamente di lato a destra ed a guardare verso le poltrone che gli scorrevano davanti man mano che avanzava. Vieppiu’ che andava avanti verso il palcoscenico, riconosceva personaggi molto noti dello spettacolo in ambito mondiale, ed in particolare del cinema; ed anche scrittori famosi e famosi giornalisti. Era incredibile constatarlo , ma quella sala era strapiena di moltissime delle stelle della cultura e del cinema. Ne riconobbe moltissimi. La cosa che la riempiva di soddisfazione era poi che tali personaggi appartenevano a tutte le epoche, come se quell’appuntamento mondano fosse stato organizzato fuori del tempo.
Giunse alla prima fila di poltrone e vide che lì una sola poltrona era ancora vuota. Era quella posta proprio al centro della prima fila. S’accorse di essere vestita proprio ‘in ghingheri’, con un vestito nero e lungo, stretto in vita e di una stoffa molto fine ed elegante.
In quel momento le si avvicino’ di lato a destra un signore in giacca e cravatta e le disse: ‘Venga, venga pure, la stanno aspettando! Lei deve sedersi qui.’, e , così dicendo, l’accompagno’ a sedersi proprio nell’unica poltrona libera della prima fila. Si accorse subito di avere , seduti, alla sua destra, Roman Polansky, ed alla sua sinistra, Marcello Mastroianni. Ma poi, a seguire, sia a destra che a sinistra, v’erano seduti : John Houston, Federico Fellini, Ingmar Bergman, Marco Ferreri, Roberto Rossellini, Robert Altamann, Frank Capra, Marylin Monroe, Giuseppe Tornatore, James Joice, Garcja Lorca, Pablo Neruda, Bernardo Bertolucci, Paul Newmann, Martin Ritt, Marlon Brando, Anna Magnani, Luchino Visconti, Vittorio Gassmann, e poi tanti altri. Guardandosi indietro la numerosissima presenza di simili personaggi interessava tutte le poltrone della sala.
Fu tanta l’emozione della povera Angela che il cuore comincio’ a batterle forte forte nel petto ed inizio’ a provare un senso di mancamento. Ma fu questione di poco. Era troppa la felicita’ e la curiosita’ di trovarsi in mezzo a tanta simile gente, che non voleva perdersi in stupidi languori. Continuo’ a guardare dietro e di lato e non ebbe vergogna a fissare i moltissimi illustri personaggi. Il fatto poi che aveva certo dell’incredibile era che tutti, prima o dopo, fra una parola e l’altra che scambiavano con i loro vicini di posto, guardavano, con curiosita’ non celata, lei, proprio lei.
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Venne il momento in cui si chiusero le luci e quel senso di mancamento, anzi di oppressione, si fece piu’ insistente. Ma lei non voleva curarsene.
A questo punto gli altoparlanti iniziarono a parlare in inglese. Non capiva quello che vi si diceva. Sentì soltanto, benissimo, alla fine di una frase, pronunciare il suo nome. Fu a quel punto che scoppio’ un fragorosissimo applauso che sembrava non terminare piu’.
Vide allora suo figlio, vestito in smoking nero e farfallina nera, che si avvicino’ a lei sulla sinistra e le disse, in maniera felicemente frenetica: ‘E’ l’ora, mamma. Devi andare sul palcoscenico! Ti stanno chiamando a gran voce.’. Fu accompagnata dal figlio, salendo i pochi gradini laterali a sinistra, a salire sul palcoscenico dove diversi riflettori si concentrarono sulla sua figura man mano che ella avanzava al centro del palco. In un angolo vide, che si manteneva in disparte, suo marito, anche lui in smoking. Gli applausi non si fermavano. E lei non sapeva se ridere o restare seria e compita. Soltanto quel fastidio alla gola, come qualcosa, come una corda che tirava, le dava un fastidio insopportabile. ‘Mamma, sorridi! Devi essere contenta! Questo è il tuo giorno. E’ stata preparata una gran festa per te, oggi!’.
Fu allora che l’intero palcoscenico comincio’ a riempirsi di tutte le persone che erano state sedute fino ad allora nella sala. E tutte le si avvicinavano a turno per stringerle la mano. Chi le faceva il baciamani, chi l’abbracciava calorosamente, chi le dava baci sulle guance, chi le rivolgeva, in inglese, frasi di compiacimento, chi le stringeva la mano con ambedue le sue mani. Chi le dava gentili tocchi di felicitazione sulle spalle.
Ella non riusciva a parlare. L’emozione era troppa e le incrementava quella sensazione d’oppressione al petto.
Era un vorticoso salutare, battere le mani, inneggiare a lei. Furono stappate molte bottiglie di champagne. Le fui offertA una coppa di cristallo, ma lei non riusciva a bere. Troppo fastidioso quel groppo in gola.
Ad un certo momento le sembro’ di svenire e chiamo’ il figlio. Non capi’ , non vide , ne’ senti’ piu’ nulla e si lascio’ andare.
* * *
Il quinto giorno dopo che non si era piu’ presentata al lavoro, i vigili del fuoco sfondarono la porta d’ingresso della sua casa. La trovarono morta nel letto, come se fosse morta nel sonno. L’autopsia ordinata dal giudice parlo’ di infarto acuto del miocardio.
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RACCONTO (SETTEMBRE 2008)
Sabatino DI FILIPPO (AUTORE)
‘DEVI DARTI UNA MOSSA, DEVI DECIDERTI!’ (TITOLO)
Serafino era un ragazzo serio ed assennato dell’eta’ di 23 anni.. Abitava in un piccolo centro in Provincia di Bergamo ed aveva due fratelli piu’ grandi di lui, ambedue laureati, uno in Lettere Antiche , che gia’ insegnava in un paese in provincia di Torino, l’altro in Ingegneria Gestionale, che anche lui lavorava gia’ in un’impresa multinazionale di distribuzione di alimenti.
Serafino si impegnava moltissimo negli studi ed aveva sempre voti altissimi quando sosteneva i vari esami del corso di Laurea in Medicina, che frequentava a Milano. Ma abitava a casa dei suoi a Bergamo. Ciononostante la sua pignoleria ed il suo carattere onesto, mal si collimavano con l’ambizione sfrenata che veniva insegnata, insieme alle altre materie normali dei corsi, presso la sua universita’.
Fondamentalmente egli era frustrato dal fatto che gli altri colleghi, con i quali primeggiava, avevano, chi l’uno, chi l’altro, ‘santi in paradiso’ ed un’ottima posizione economica alle spalle. Quindi essi potevano permettersi di dedicarsi pienamente alla carriera universitaria , poiche’ non avevano, come Serafino, un padre che aveva una visione miope della vita universitaria, forse perche’ non aveva mai viaggiato nell’oro, e , anche, forse perche’ era affetto da un’ inguaribile forma di egoismo.
Insomma in Serafino concorrevano una giusta e sana ambizione universitaria, con la coscienza che egli con le sue sole forze non ce l’avrebbe mai fatta a reggere , specie nei primi anni post-laurea, una carriera universitaria. In quanto la prima preoccupazione, una volta conseguita la laurea, sarebbe stata quella di sbarcare il lunario. E cio’ in quanto il padre, piu’ passavano gli anni, piu’ scalpitava nella frenetica attesa che egli divenisse al piu’ presto un medico. Semmai un medico ‘della mutua’: di quelli che fanno soldi a palate staccando ricette e rincorrendo i loro pazienti per far sì che essi non li abbandonino, nei tabulati, per sceglierne altri piu’ convenienti per una serie di motivi, quest’ultimi del tutto alieni dalla vera e propria pratica della Medicina e riguardanti fondamentalmente il riempimento del conto in banca e del portafoglio (quote capitarie, massimali, ecc).
Orbene in tutto questo combattimento interiore fra onesta’ negli studi ed educazione universitaria ‘arrivista’, e peraltro con l’aggravante di un padre che ‘gli tirava i piedi ‘ ogni santo giorno (passava davanti alla sua stanza alle sei di mattino per controllare se stava gia’ studiando; entrava di soprassalto in camera sua per controllare che non s’addormentasse sui libri; sbuffava quando ricordava meschinamente a Serafino che la Medicina era troppo lunga ( ‘sei anni, sono sempre sei anni!), successe che Serafino attraverso’ un momento di Depressione Reattiva, poiche’ il suo subconscio gli suggeriva che davanti a lui si profilava, nella migliore delle ipotesi, un futuro da mutualista, e solo quando avrebbe raggiunto la maturita!
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Fu allora che la disperazione del padre raggiunse vette drammatiche. Proprio alla fine si vedeva sfuggire per il figlio, un futuro da ‘medico della mutua’; che peraltro il figlio avrebbe potuto esercitare in casa sua in modo da garantirgli una vecchiaia assistita da un medico addirittura fra le mura domestiche (il padre, fra l’atro, era un ‘fissato delle malattie’ ed un ‘malato immaginario’, oltre che un grosso ‘tirchione’).
Pertanto il genitore si disperava vedendo che il figlio passava intere giornate a letto in preda ad uno sconforto inguaribile. La madre impallidiva vedendo il marito disperato.
Serafino fu portato da uno psichiatra specialista anziano, uno di quegli ospedalieri che era invecchiato onestamente e scrupolosamente fra le mura di un ospedale pubblico, il quale capi’ la situazione e non drammatizzo’. Prescrisse al giovane dei farmaci antidepressivi blandi e rassicuro’ il padre che di lì ad alcuni mesi il ragazzo si sarebbe ripreso: aveva dalla sua parte una grande volonta’, una sana ambizione, una educazione severa (forse troppo severa!), una serieta’ non comune.
Ma intanto le settimane passavano e Serafino non andava piu’ a lezioni all’universita’ poiche’ diceva di aver sempre sonno. Il padre incrementava la sua disperazione e comincio’ a far leva sulla dignita’ ed il senso del dovere del povero giovane, il quale aveva soltanto bisogno di un po’ di riposo e di disintossicazione dai meccanismi perversi che avevano fatto breccia nel suo cervello e che egli rifiutava.
Comincio’ quindi, il vecchio, a bombardare Serafino sempre con la stessa esortazione: ‘Devi darti una mossa! Devi deciderti! Che credi che io sono andato a rubare per farti studiare ad assicurarti un avvenire sicuro? Devi darti una mossa! Devi deciderti!’. E così anche la madre, ubbidendo ciecamente agli ordini del padre, quando portava a letto di Serafino il latte la mattina: ‘Ti prego, bevi il latte ed alzati! Devi darti una mossa, figlio mio! Devi deciderti! Nulla è regalato nella vita! Fallo per noi che abbiamo fatto tanti sacrifici per non farti lavorare!’.
Che poi tutti questi sacrifici non li avevano fatti in quanto il padre di Serafino godeva di una pensione di elevato dirigente del Ministero del Tesoro e poi il giovane non costava pressocche’ nulla, in quanto abitava a casa dei suoi genitori e teneva aperta la luce del suo lume per studiare solo al tramonto e durante la notte!
Dio volle che, trascorso circa un anno, la Depressione, così com’era venuta se ne ando’ via e Serafino riprese regolarmente a studiare ed a frequentare i corsi all’universita’, ricominciando a conseguire ottimi voti e spesso la lode ad ogni esame. Cose, pero’, che poco importavano al padre, che mirava fondamentalmente al conseguimento della laurea e dell’abilitazione all’esercizio della professione, punto e basta!
Serafino si laureo’ con pieni voti e la lode, non pote’ restare all’universita’ per il diniego del padre (‘E’ soltanto una perdita di tempo. Tanto la carriera universitaria e’ difficile ed e’ fatta solo per i figli di papa!’).
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Serafini riusci’ a vincere un concorso ospedaliero ad un posto di assistente (allora v’erano ancora gli assistenti ospedalieri) in Neurologia in una cittadina del sud dell’Italia.
Il padre aveva compiuto da poco l’eta’ di settant’anni e si ammalo’ di un tipo particolare di Linfoma.
Con tutto il rispetto per il malato e la malattia, il padre, in ragione delle seria diagnosi formulatagli, ed in considerazione della sua indole di salutista, infantile e tendente alla vilta’, cadde in uno stato di Depressione, ovviamente Reattiva.
Il figlio si adopero’ con tutte le possibilita’ in suo possesso a curare ed ad assistere il padre, ma quest’ultimo, si lamentava contro la sua sorte. Prese quindi a rifiutare sistematicamente tutti i consigli del figlio , affidandosi ai consigli di tutta una serie di specialisti oncologi che egli consulto’, con il risultato di rimandare l’inizio delle cure. E cio’ poiche’ non aveva fiducia di nessuno, tantomeno del figlio.
Allora il figlio contatto’ con pazienza tutti gli specialisti consultati dal padre e riporto ‘ a visita il padre da tutti loro, uno alla volta.
Tutti questi medici, ogni qual volta vedevano il padre per la seconda volta, avendo saputo che egli non aveva ancora intrapreso alcuna terapia, gli ripetevano sempre la stessa esortazione: ‘Dovete darvi una mossa! Dovete decidervi!
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RACCONTO (GIUGNO 2008)
Sabatino DI FILIPPO (AUTORE)
UNA STREGA DI CLASSE PER LUCIANO (TITOLO)
Luciano Andretti era un distinto signore di 51 anni ed era un funzionario di banca, una grande banca italiana.
Non è che fosse uno di quei tipi che si incontrano spesso nelle banche importanti. Cioe’ a dire, quei tali che appaiono sempre in giacca e cravatta e sempre con un sorriso stereotipato sul volto. No, era una persona che era del tutto sincera allorquando assumeva degli atteggiamenti e dei comportamenti da cui doveva derivare un fatto importante.
Quando era triste o preoccupato lo dava a vedere, anche se con contegno e discrezione. Era un uomo leale e non concepiva di dover apparire, anche agli estranei, diverso da quello che in ogni momento si sentiva d’essere.
Certo il suo ruolo e le abitudini acquisite, da giovane in banca, avevano lasciato in lui un certo segno. Ma aveva sempre mantenuto una sua individualita’ al riguardo. Era per questo che, nella sua carriera era avanzato, ma soltanto per vero merito, rifiutando sempre di comportarsi come un arrivista. Anzi si poteva affermare , senza ombra di dubbio, che la stima che godeva da parte dei suoi colleghi, da parte dei suoi dipendenti, ed anche da parte dei suoi superiori, gli derivasse proprio da questo comportamento.
Inoltre era buono. E’ difficile essere ‘molto’ buono quando si è un funzionario di banca, ma egli adottava tutti gli espedienti ed il suo ‘autocontrollo’ per poter essere quanto piu’ buono era a lui possibile, sul lavoro e fuori dagli ambienti di lavoro.
Ma poteva tranquillamente affermare a sé stesso che la sua migliore qualita’, sul lavoro ed, in genere, nella societa’, fosse il suo ‘autocontrollo’. Per il resto, le altre sue qualita’ le lasciava giudicare agli altri.
Un’altra sua caratteristica, pero’, dobbiamo citarla, perche’, in certo qual modo, importante ai fini della nostra storia: era un uomo molto pignolo. Non lo faceva a bella posta. Era pignolo per carattere.
La vita non era stata molto generosa nei suoi confronti. Non era mai stato molto fortunato. Nel senso che tutta la stima ed il suo ruolo erano frutto soltanto dei suoi meriti e di anni ed anni di sacrifici e di impegno. Oltre che dell’aiuto che aveva ricevuto, come tutti noi del resto, da Dio.
Aveva un figlio di venticinque anni, assunto da poco in una grande multinazionale come ingegnere maccanico.
Aveva sposato all’eta’ di ventotto anni una ragazza, una ‘brava’ ragazza, che fece colpo di lui perche’ aveva una notevole dose di ‘classe’, diciamo di ‘stile elegante ‘ ed un notevole ‘autocontrollo’: cosa, quest’ultima che, com’è ovvio da quanto abbiamo detto di lui, gli piaceva tanto.
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In una donna una particolare dose di ‘self-control’ l’aveva sempre attirato molto.
Bhe’, questa volta cio’ lo pago’ caro, pero’, perche’ l’autocontrollo’, dopo il matrimonio si rivelo’, nella moglie, come una freddezza caratteriale ed affettiva da far ghiacciare il sangue nelle vene. Non gli rimase che adattarsi alla situazione, per quanto poteva, ma vedremo presto tutto cio’ dove lo porto’.
Un giorno, tornando a casa dal lavoro, avverti’ uno strano dolore al petto, all’emitorace destro per la precisione. Ma passo’ presto e non ci penso’ piu’.
Dopo una settimana lo stesso dolore torno’ a farsi sentire. Questo dolore passava solo relativamente con i comuni antidolorifici. Aveva anche spesso la tosse, una tosse non produttiva.
Fatto sta che il suo medico curante, persistendo questi sintomi, decise di fargli fare una rx-grafia del torace che mise in evidenza una ‘macchia’ strana, diciano ‘anomala’.
Per farla breve, fu ricoverato ed al termine del ricovero, mediante indagini piu’ approfondite, gli fu diagnosticata una neoplasia del polmone destro e gli fu prescritta, dagli oncologi , una terapia, da iniziare al piu’ presto, con radiazioni e farmaci chemio-antiblastici.
In pochi giorni la sua vita stava cambiando, ma molto piu’ radicalmente di quanto egli stesso potesse pensare.
Infatti, appena saputo dell’accaduto, sua moglie, alla quale il nostro eroe disse tutto soltanto quando si trovo’ nelle condizioni di non nascondere piu’ nulla, esordi’ con pianto accuratamente accorato. Tale pianto era giustificato, ad espresso dire di lei, non per la sorte che con tutta probabilita’ attendeva suo marito, ma perche’, diceva sinceramente, fra le lacrime, ella sarebbe ‘rimasta sola’, ‘senza marito’ ed ancora giovane.
Il figlio, saputo tutto, si limito’ a raccomandare di iniziare subito la terapia, ma non venne a trovarlo perche’, assunto da poco, non voleva ‘grane’ con la ditta. ‘Tanto’, disse, ‘ci sentiremo per telefono.’.
Luciano inizio’ il suo piccolo ‘calvario’, ma gesti’ e fece tutto da solo: la moglie non poteva perdere giorni di scuola: era un’insegnante! Ella giustifico’ tali disimpegni col fatto che si sarebbe conservata giorni da prendere a scuola quando lui si sarebbe aggravato, e ci sarebbe stato piu’ bisogno di lei al riguardo. Veramente ben augurante, oltre che lodevolmente previgente!
Luciano si recava da solo in ospedale, sia per la chemio che per la radioterapia. Non riusciva a parlare con nessuno di tale sua situazione di ‘abbandono’ sentimentale, perche’ era annichilito un po’ da tutto quello che gli stava accadendo. Ed anche perche’, diciamo, se lo sarebbe aspettato, prima o dopo, un atteggiamento simile da sua moglie.
Ma non fini’ qui: passo’ un mese e la moglie gli confido’, con un ‘autocontrollo’ ed una naturalezza da abbattere un mulo senza un colpo, che era intenzionata a chiedere la separazione da lui non appena’ si sarebbe chiarito se lui c’è l’avrebbe fatta o meno’, perche’ non aveva senso continuare un matrimonio in cui lei ‘si sentiva sola’.
In piu’, ovviamente, la banca decurto’ a lui lo stipendio , dopo alcuni mesi di assenza per malattia, in quanto così diceva il contratto. E questo, almeno, se lo aspettava con rassegnazione.
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‘Vedi’, gli diceva la moglie con durezza ed ostentata pazienza, quando lo vedeva triste e pensieroso, ‘bisogna pure voler guarire, e non essere poi tanto pessimista!’. E lui si sforzava di essere ottimista, ma, a dire il vero, non poteva fare a meno di pensare che cio’ gli sembrava, in certo qual modo, un controsenso.
Ed ancora, un giorno, scomparve la sua auto sotto casa. La moglie, insofferente e sbuffante per il fatto che lui perse la pazienza e comincio’ a lamentarsi, adesso avrebbe dovuto accompagnarla lei in ospedale. Almeno fin quando sarebbe stato in condizioni di ricomperarsi almeno un’utilitaria.
E per lui costringerla a tali ‘favori’, che lei avrebbe dovuto sobbarcarsi a fargli’, con tutte le conseguenze ‘tragiche’ sulle ‘assenze a scuola’, era l’ultima cosa che avrebbe voluto fosse stato costretto a chiedergli.
L’insofferenza di lei cresceva giorno per giorno, e non era per nulla dissimulata, anzi! Anche perche’ sembrava che le terapie cui stava sottoponendosi sembravano avere un’effetto positivo.
Ma, in simili circostanze, almeno un po’ di pazienza bisognava pur averla! E che cazzo! Ciononostante per la moglie questa vita stava diventando insostenibile: si lamentava in continuazione per questo stato di ‘incertezza’ e di strazio, così lo chiamava.
E sì, perche’ le terapie di Luciano lo costringevano a letto gran parte delle giornate. Aveva perso quasi tutti i capelli, assunto un’aspetto senescente, e spesso aveva nausea e vomitava piuttosto spesso per via della tossicita’ dei farmaci antiblastici. Un vero ‘disastro’ per lei.
Luciano riusci’ a ricomprarsi un’auto nuova e sollevo’ la moglie dall’incombenza di accompagnarlo periodicamente in ospedale per la terapia.
Le terapie invece andavano bene. Luciano guari’ nell’arco di circa otto mesi, poi cominciarono i controlli periodici, ma quelli sarebbero durati per almeno dieci anni, cosa che accentuava l’insofferenza della moglie.
La moglie, appena vide che le cose si stavano mettendo, diciamo ‘al meglio’, cosa che lei dava per scontato, ma che i medici invece gestivano con estrema cautela e contenuto ottimismo, chiese ed ottene subito la separazione.
Allora a Luciano tocco’ trovarsi una sistemazione in un bilocale quasi nella periferia della cittadina dove lavorava. Ma almeno qui trovo’ almeno un po’ di serenità, e, cosa piu’ importante, la sicurezza di non ‘scocciare’ piu’ la moglie.
Passarono circa altri otto-nove mesi. Luciano riprese finalmente il lavoro. Solite felicitazioni ostentate da parte dei colleghi (ognuno, in tali circostanze, pensa subito a sé, magari facendo gli scongiuri ogni qual volta il malcapitato collega volta le spalle).
Un giorno Luciano fu chiamato al telefono quand’era in ufficio, alle nove del mattino, con urgenza. Erano i carabinieri.
‘E’ successo un incidente, Dottor Andretti. Sono il tenente ‘tal dei tali’ del nucleo carabinieri della nostra citta’. Sua moglie, mentre si recava a scuola al lavoro, presumo, stamane è sbandata sul bagnato con la sua auto, qui sulla rotatoria. Una persona l’ha riconosciuta mentre sbandava ed
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Urtava contro il guardrail con violenza, e ci ha riferito che era sua moglie.’ Di qui la telefonata. ‘Le sue condizioni sono gravi’ , continuo’ il carabiniere. ‘Dovrebbe venire sudito!’…., poi gli comunico’ l’esatto punto dell’incidente.
A Luciano venne l’istinto di allarmarsi e di preoccuparsi, come riteneva fosse naturale.
Ma poi rimise a posto la cornetta del telefono con molta calma. Avverti’ i colleghi dell’accaduto. Avrebbe dovuto assentarsi per quel giorno!
Scese in strada per trovare la sua auto. L’apri’ con calma, v’entro’. Mise in marcia, non prima essersi aggiustato il nodo della cravatta ed essersi accomodato per bene indosso la sua giacca.
Giunse sul punto della ‘rotatoria’ della tangenziale dov’era accaduto l’incidente. Trovo’ il solito trambusto che c’è in casi del genere. Si presento’ alla pattuglia di carabinieri.
Era un punto caratterizzato dall’alta inferriata che delimitava la rotatoria, essendo essa sospesa su piloni, in alto rispetto al piano scosceso sottostante della montagna, che si trovava ad almeno venti metri piu’ giu’.
Un tenente dei carabinieri, con chiara ‘faccia di circostanza’, accolse Luciano, come per far capire che la moglie di Luciano era passata con tutta probabilita’ a miglior vita, considerato il volo che aveva fatto con l’auto, dopo aver sfondato l’inferriata pur robusta. Luciano ricambio’ con altrettanta ‘faccia di circostanza’.
Luciano dovette riconoscere il cadavere e fu, credetelo, per il povero Luciano, un vero strazio, che lui sopporto’ con ‘autocontrollo’.
Per il funerale il figlio venne da Firenze, dove lavorava.
Con lui Luciano mantenne un ‘contenuto’ dolore ed un ricercato ed ‘elegante’ ‘autocontrollo’, che il figlio pero’ sembro’ gradire poco. Ma, purtroppo, in casi simili ognuno, si sa, reagisce come gli viene!
Fu un funerale certamente ‘elegante’, ‘di classe’. La pignoleria di Luciano, nel caso, gioco’ un ruolo determinante. La moglie, se l’avesse visto in quell’occasione, sarebbe stata fiera del suo contenuto, formalmente impeccabile, dolore. Una manifestazione accorata, ma distinta, in perfetto ‘stile’, degna ddella oramai defunta moglie.
I parenti della defunta , nell’occasione, dimostrarono molto, ma molto meno ‘autocontrollo’ rispetto a quello abituale della loro parente quand’ella era in vita.
Ma Luciano compenso’ lui, con occhiali neri Ray Ban ed un doppiopetto pettinato color casmire: era d’Autunno piuttosto avanzato.
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FINE
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